Ciao, sono Selvaggia: quello che stai per leggere non è un mio articolo, ma un pezzo scritto da Serena Mazzini, esperta in critica dei new media e fenomeni social. Buona lettura!
Ieri mattina, all’istituto Giovanni Verga di Centocelle, un ragazzino di tredici anni è arrivato a scuola in ritardo con due coltelli da sub nello zaino. È passato dal bagno, dove si è messo un caschetto con il cellulare fissato sopra come una GoPro e un paio di occhiali da softair comprati, ha detto, su un sito specializzato. Ha avviato una videochiamata di gruppo su Telegram. Poi è entrato in classe per ultimo, ha spruzzato lo spray urticante in faccia alla professoressa di storia e italiano e l’ha colpita tre volte nella regione sotto l’ascella con un coltello di venti centimetri. A fermarlo è stato un compagno di classe. La docente, Isabella Marsilio, 66 anni, all’ultimo anno prima della pensione, è stata dimessa con sette giorni di prognosi.
La cronaca di ieri ha raccontato tutto questo ipotizzando come movente una vendetta per due debiti formativi assegnati a giugno dalla docente. I compagni hanno detto che la odiava e che ne aveva parlato con loro senza essere preso sul serio. La preside ha dichiarato che non c’erano mai stati segnali. Il ministro Valditara ha proposto di vietare i social agli under 15, il deputato Rossano Sasso, della Lega, ha chiesto i metal detector a scuola e che i quattordicenni siano “penalmente punibili”.
È la terza volta in sei mesi che scriviamo questa scena. E, anche questa volta, il movente è una community online, con un preciso inventario di riferimento. Il tredicenne di Roma e la rete che lo circondava appartengono alla True Crime Community, la sottocultura che trasforma gli autori delle stragi in celebrità e i loro fan in emulatori, e che fornisce a chi vi entra un inventario preciso: gli stessi oggetti, le stesse pose, gli stessi nomi ricompaiono di attacco in attacco perché ognuno copia chi è venuto prima.
1. L’outfit: la t-shirt con una scritta
Il 25 marzo, alla scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un tredicenne ha accoltellato al collo e all’addome la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, trasmettendo tutto in diretta su Telegram con il telefono appeso al collo. Indossava una maglietta bianca con una sola parola scritta a pennarello rosso: «vendetta». Nel manifesto che aveva pubblicato la sera prima, intitolato «La soluzione finale», dedicava una sezione a spiegare che quella parola «rappresenta ciò che provo», e rivendicava di non aver scelto «la solita roba da selezione naturale», una citazione alla t-shirt indossata da uno dei due attentatori di Columbine, perché voleva «portare novità». Conosceva il codice di una strage scolastica avvenuta nel 1999 abbastanza bene da prenderne le distanze, e al momento di scriversi addosso qualcosa ha scelto un riferimento alla propria rabbia.
Il 29 maggio, in una scuola media di San Vito Lo Capo, un bambino di undici anni ha aggredito con un coltello il professore di tecnologia indossando un casco da bicicletta con una telecamera attaccata con lo scotch. Aveva fotografato il kit la sera prima: una maglietta nera con la scritta «Me ne frego», il motto delle squadre d’azione fasciste diventato slogan del regime, stesa sul letto accanto all’elmetto. Sul casco, venticinque nomi di stragisti scritti a pennarello bianco, INCEL al centro del frontale e Misanthropy in cima. Di questi due casi - e delle origini ideologiche di questi attacchi - ne abbiamo parlato in modo approfondito nel documentario Non c’è nessun messaggio, che potete vedere gratuitamente qui.
Venerdì, a Roma, sulla maglietta c’era scritto TMD.
TMD è la variante islamofoba di TND, «Total Nigger Death», lo slogan genocidario emerso su 4chan alla fine degli anni Dieci e diventato popolare all’inizio degli anni Venti proprio nella forma dell’acronimo, che serve a eludere la moderazione delle piattaforme. Da lì si è declinato in tutte le direzioni: TKD per gli ebrei, TFD per gli omosessuali, TAD per gli arabi, TMD per i musulmani e per i migranti.
Il Global Project Against Hate and Extremism lo ha inserito nel proprio database internazionale dei simboli estremisti. Lo ha trovato anche all’interno di contenuti sponsorizzati. La prima nel luglio 2024, in un post che raffigurava i musulmani come zanzare - la comparazione di un gruppo umano a insetti è vietata dalle stesse regole di Meta - e che sostituiva la N di TND con la M per ottenere TMD. La seconda nel gennaio 2025, sotto un reel con oltre centoquarantamila like in cui il volto di George Floyd era montato su un Sole Nero: i commenti si sono riempiti dell’intera collezione, TND per le persone nere, TKD per gli ebrei, TFD per gli omosessuali, TMD per i musulmani.
Il Sole Nero è una ruota formata da dodici rune identiche a quelle del logo delle SS, disegnata sul pavimento del castello di Wewelsburg che Himmler aveva fatto ristrutturare come centro dell’ordine. Dopo la guerra un ex ufficiale delle SS lo ha rilanciato come sostituto della svastica, che nel frattempo era diventata illegale in mezza Europa, e da lì è diventato il simbolo del neonazismo esoterico: quello da cui discendono l’Ordine dei Nove Angoli e tutta l’area satanico-accelerazionista che alimenta oggi i gruppi in cui finiscono i ragazzini italiani. Payton Gendron lo portava sul giubbotto antiproiettile a Buffalo e lo aveva messo in copertina al proprio manifesto.
Funziona online per lo stesso motivo per cui funzionano gli acronimi: è astratto, sembra un logo o un mandala, non è vietato quasi da nessuna parte e chi non lo conosce non lo riconosce. Un post con il Sole Nero passa la moderazione; sono i commenti a dire cosa significa. Il simbolo non è confinato a Instagram: nei mesi della nostra indagine lo abbiamo trovato ovunque su TikTok, nei video, nelle immagini di profilo, negli sfondi degli edit, nella stessa area di contenuti in cui circolano i montaggi celebrativi degli stragisti. È il simbolo delle SS reinterpretato come estetica, su una piattaforma dove il quaranta per cento degli utenti italiani più giovani ha meno di quattordici anni. Nessuno di questi contenuti è nascosto in un forum chiuso: sono su profili pubblici, con l’engagement di una qualsiasi pagina di meme.
Quella scritta sulla maglietta, quindi, non è l’invenzione di un ragazzino di Centocelle ma un pezzo di vocabolario suprematista internazionale che un tredicenne italiano si è scritto addosso prima di entrare in classe.
2. Il casco per la diretta e il materiale per gli edits
Il 14 maggio 2022, Payton Gendron è entrato nel supermercato Tops di Buffalo con elmetto tattico, giubbotto antiproiettile, mimetica e una GoPro montata sul casco. Ha trasmesso la strage su Twitch: dieci morti, tutti neri, in un quartiere scelto perché a maggioranza afroamericana. Poco prima delle due del pomeriggio aveva invitato alcuni utenti in una stanza Discord e lì aveva lasciato il link alla diretta insieme al manifesto. La trasmissione fu chiusa in meno di due minuti e la guardarono in ventidue persone. Nel suo diario aveva scritto che voleva che tutti «guardassero e registrassero», e ha poi dichiarato che è stata proprio l’idea di riprendere gli omicidi mentre accadevano a dargli la motivazione. Il suo modello era Brenton Tarrant, l’attentatore di Christchurch, che a sua volta aveva copiato Breivik.
Il ragazzino di Roma era in videochiamata con un gruppo di persone su Telegram mentre colpiva, e ha agito con un telefono montato sul casco «come fosse una GoPro»: lo hanno scritto diversi giornali ieri. Ma quello che viene descritto dai più come un espediente tecnico era in realtà una citazione a uno degli stragisti più “amati” dalle community online che li glorificano. Sul coltello con cui a maggio l’undicenne di San Vito ha ferito il professore c’era inciso «-10». Dieci è il bilancio delle vittime di Gendron. Accanto c’era «-51», Christchurch.
L’elmetto ha anche una funzione estetica: è un simbolo di appartenenza. Anche su quello di Roma, come a San Vito Lo Capo, c’era scritto qualcosa. Le uniche immagini che abbiamo sono sfocate - fotogrammi compressi, riprese allo specchio, quindi speculari - ma ribaltandole e lavorandoci sopra i nomi tornano leggibili, e sono gli stessi di quattro mesi fa in Sicilia: Brenton Tarrant, l’attentatore di Christchurch; Anders Breivik; Klebold, uno dei due di Columbine. Al centro, un simbolo a forma di Y con le braccia rivolte verso l’alto: è la Lebensrune, la runa della vita, una delle pseudo-rune adottate dalle SS, che nel Reich indicava la nascita sulle lapidi ed era l’emblema del Lebensborn, il programma per la procreazione di bambini razzialmente puri. Oggi è catalogata tra i simboli dell’odio, anche se forme simili sopravvivono in ambienti neopagani che con l’estrema destra non c’entrano nulla. Che un tredicenne di Centocelle se la disegni a pennarello sopra i nomi di tre stragisti non vuol dire che ne conosca la storia, più semplicemente l’ha vista in un montaggio e l’ha copiata, perché fa parte del linguaggio che la sua community utilizza e che TikTok gli avrà mostrato in centinaia di contenuti che ha assorbito scorrendo. Più in alto, sembra esserci scritto CAIN CLARK, il diciassettenne coinvolto nella strage di San Diego di qualche mese fa. È lo stesso meccanismo del casco di San Vito Lo Capo, dove accanto a venticinque nomi comparivano INCEL e Misanthropy, e dove un bambino di undici anni aveva aggiunto il familicida di Nuoro in mezzo agli stragisti americani. La foto allo specchio, il telefono impugnato davanti al volto, la posizione delle dita, i guanti tattici, l’elmetto in testa sono una posa precisa, ricalcata sugli scatti che gli stragisti più venerati dalla True Crime Community hanno pubblicato poco prima di agire. Natalie Rupnow, quindici anni, prima di aprire il fuoco nella sua scuola in Wisconsin nel dicembre 2024, aveva postato le foto dei suoi anfibi e dell’attrezzatura tattica, oltre ad un selfie con lo stesso filtro da cane utilizzato anche dai ragazzini italiani; cinque settimane dopo, il diciassettenne di Nashville Solomon Henderson si è chiuso nel bagno della scuola e ha rifatto i suoi stessi scatti, la stessa inquadratura dei piedi, lo stesso gesto delle dita, prima di scendere in mensa e sparare.
Ad aggiungersi al quadro ci sono i contenuti che il tredicenne condivideva su TikTok, dove comparivano riferimenti ripetuti ad Adam Lanza, l’autore del massacro alla scuola elementare di Sandy Hook del dicembre 2012, celebrato come icona. È lo stesso nome che quattro mesi prima l’undicenne di San Vito aveva scritto sul proprio casco.
3. Il countdown e il ‘filtro cane’
La sera prima dell’aggressione di San Vito Lo Capo, l’undicenne aveva pubblicato: «non incolpatemi per quello che farò tra quattro ore».
Il tredicenne di Roma ha postato su TikTok uno scatto con la scritta «-5 hours». È la stessa grammatica. Un conto alla rovescia non serve a nulla di pratico, anzi aumenta il rischio di essere fermati. Serve a dare al pubblico l’ora dello spettacolo.
Torno un attimo sul filtro da cane applicato ai selfie. Anche il tredicenne di Bergamo lo aveva pubblicato insieme al proprio manifesto. Lo stesso ragazzo che la sera prima scriveva «La soluzione finale» si autoritraeva come un meme tenero. Nelle immagini del ragazzino di Roma che circolano da ieri sera, accanto agli scatti allo specchio con l’elmetto e il passamontagna e a quello con la maglietta TMD, c’è un selfie con lo stesso filtro.
Non è una stranezza: gli edits della True Crime Community sono montaggi che accostano le foto d’infanzia degli stragisti alle immagini dei loro crimini, di solito su canzoni pop rallentate. Su TikTok circolano video di Tarrant che balla; ci sono clip generate con l’intelligenza artificiale in cui Dylann Roof, il suprematista che nel 2015 uccise nove fedeli neri in una chiesa di Charleston, si trucca davanti allo specchio, e in cui Payton Gendron, l’autore della strage di Buffalo, compra una barretta di cioccolato: il cioccolato, nel gergo suprematista, sta per le persone nere. Il formato dominante non è il video crudo dell’attentato ma quello in cui l’attentatore viene reso adorabile, “cute”. Per questo gli aspiranti stragisti producono in anticipo il materiale “carino”: sanno che chi monterà l’edit avrà bisogno del prima e del dopo, del cucciolo e del casco. Stanno consegnando alla comunità il kit di montaggio della propria futura icona. Il tredicenne di Bergamo lo aveva detto esplicitamente: questa è la foto per gli edits. Uno dei montaggi più diffusi di questa community, sulle note di “You are my hero”, prevede proprio l’utilizzo di una foto con quel filtro e una con l’elmetto.
Nel frattempo, TikTok è già invasa da edits con al centro il ragazzino di Roma.
4. Chi produce e chi pubblica
Tutte queste immagini sono uscite ieri sera, in un carosello con centinaia di condivisioni, su un account che appartiene alla sua rete.
Anche questo è un elemento dello schema.
A Trescore il manifesto lo aveva scritto il tredicenne, ma a farlo circolare, come a diffondere il video dell’aggressione, è stata Euno, la ragazza - o chi si presenta come tale. A San Vito Lo Capo, le fotografie dell’undicenne sono comparse dopo l’attacco, pubblicate in modo celebrativo da chi era con lui in una chat da sei persone, dove compariva nuovamente Euno.
In queste reti produrre e pubblicare sono due attività separate, e chi compie l’aggressione fa solo il primo. Il ragazzino costruisce il casco, scrive la maglietta, fotografa il kit, si fa il selfie col filtro cane, posta il countdown. Poi entra in classe e da quel momento non controlla più il flusso delle comunicazioni: gli sequestrano il telefono, lo portano in caserma, i suoi account vengono chiusi entro sera. Il contenuto sopravvive perché qualcun altro lo aveva già in mano.
Ed è questo che rende razionale tutta la preparazione. I ragazzini sanno che i loro contenuti spariranno insieme al telefono. Per questo ci mettono così tanta cura: è la pubblicazione garantita a monte a dare un senso agli occhiali da softair e al filtro da cucciolo. A Roma la celebrazione del gesto è stata organizzata da più account della sua rete, usciti tutti nella stessa fascia oraria della sera, con contenuti identici nei feed e le chat private con lui nelle story. Il ragazzino era in una chat di ventidue persone il cui nome è un riferimento esplicito alla True Crime Community; diversi username contengono richiami alla stessa sottocultura ed emoji militari come l’elmetto; i repost di quegli account sono un tributo sistematico agli stragisti.
Nei tre mesi in cui in Italia non è successo niente
Tra la fine di maggio e la metà di settembre, in Italia, non ci sono state altre aggressioni nelle scuole. Sono stati trattati come due casi isolati, poi più nulla. La spiegazione è più semplice e molto meno rassicurante. Le scuole erano chiuse: il bersaglio non era disponibile.
Che il fenomeno non si fosse fermato lo dicono gli arresti, che in quelle settimane sono continuati con un ritmo regolare. Il 17 giugno la polizia ha arrestato in provincia di Bologna un sedicenne per detenzione di materiale con finalità di terrorismo: in casa aveva fogli con simboli suprematisti, le istruzioni per fabbricarsi un giubbotto antiproiettile artigianale e il video integrale della strage di Christchurch, corredato da messaggi che indicavano Brenton Tarrant come un modello. Il 17 luglio è stata arrestata una diciassettenne della provincia di Pavia per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale: era attiva su quattro gruppi chiusi accessibili solo su invito e aveva salvato nel telefono le istruzioni per costruire una cintura esplosiva; gli investigatori hanno parlato di una radicalizzazione «rapidissima» e della concreta possibilità di un’attivazione violenta imminente. Qui la matrice è jihadista, non nichilista, ed è precisamente quello che Europol descrive nel suo rapporto sul terrorismo quando parla di ibridazione delle ideologie tradizionali all’interno dell’estremismo violento nichilista.
Il 7 agosto un sedicenne residente a Como, incensurato, è stato arrestato in provincia di Grosseto, dove si trovava in vacanza con la famiglia, con l’accusa di terrorismo internazionale e istigazione all’odio razziale; l’indagine era partita da una segnalazione dell’intelligence su un utente di una piattaforma di messaggistica.
Due di questi tre ragazzi sono stati fermati in casa o in vacanza, con il telefono in mano.
Ma le segnalazioni arrivano come un flusso continuo alle forze dell’ordine. Gli accertamenti sono stati fatti a decine in questi tre mesi. Un ragazzino di Mantova è stato arrestato dopo che ha fatto saltare in aria un’automobile: era affiliato con un gruppo terroristico russo che si muove allo stesso modo.
Ma mentre qui non succedeva apparentemente niente, nei paesi dove le scuole erano aperte, succedeva questo:
Il 9 giugno, a Blackley, periferia nord di Manchester, una ragazza di quattordici anni ha accoltellato una compagna alla spalla, un compagno all’orecchio e un insegnante al collo: tre capi d’imputazione per tentato omicidio, indagine affidata all’antiterrorismo del Nord-Ovest «per le circostanze dell’incidente». La stessa zona grigia di Trescore.
Il 22 giugno, a Tacloban nelle Filippine, due amici di quattordici e quindici anni hanno aperto il fuoco in una scuola superiore uccidendo tre studenti e ferendone venti; la prima versione ufficiale è stata «bullismo finito male», poi gli investigatori hanno accertato che l’attacco era pianificato da fine aprile. Gli esperti hanno poi guardato i dettagli, cioè i vestiti, le foto in posa con le armi, il quattordicenne che passava le giornate su GoreBox: oggi le autorità filippine ne discutono come del primo caso nazionale di estremismo violento nichilista nel paese.
L’8 luglio, a Schongau in Baviera, un sedicenne è tornato nella sua ex scuola e ha ferito due tredicenni con un coltello, dopo aver tentato di trasmettere l’aggressione in diretta su Discord annunciandola ai follower come «COD realistico tra trenta minuti»; nel manifesto si dava un obiettivo numerico, almeno quattro morti, per superare il punteggio dei due ragazzi di San Diego.
Il 7 agosto, a Nonthaburi in Thailandia, un quattordicenne ha ucciso i nonni in casa, poi è andato a scuola e ha ucciso altre sei persone ferendone ventitré; sul suo computer c’erano cinque video di sparatorie scolastiche americane, salvati e guardati nella settimana precedente.
Il 18 agosto, a Zamboanga nelle Filippine, uno studente è entrato nel campus dalla rampa per disabili per evitare i controlli, con due pistole del padre e una bodycam addosso, e ha ucciso un compagno trasmettendo tutto in diretta su Facebook
Il 21 agosto, a Fagersta in Svezia, un diciottenne è entrato in una scuola superiore vestito di nero, con casco e volto coperto, armato di una spada: un morto e tre feriti; due ore prima aveva ripubblicato su TikTok un video che mostrava Elliot Rodger, e mentre colpiva scriveva ai suoi contatti e condivideva un’immagine con del sangue.
Il 1° settembre, a Kansk in Siberia, primo giorno di scuola, una studentessa ha accoltellato insegnanti e bambini ferendo nove persone; il giorno dopo ci sono stati altri tre attacchi in tre regioni russe diverse, in un paese che ha appena chiuso l’anno scolastico con il numero più alto di aggressioni armate nelle scuole degli ultimi sette anni.
Tredici attacchi in tre mesi e mezzo, su quattro continenti. In otto c’è un casco, una telecamera, una diretta tentata o riuscita, o l’elenco dei predecessori scritto da qualche parte. In quasi tutti la prima spiegazione fornita dalle autorità, prima che qualcuno leggesse i telefoni, è stata il bullismo, il brutto voto, il disagio familiare.
Il numero di attacchi, nel 2026, continua a crescere.
E in questo elenco ci sono molte ragazze, cosa che rompe il ritratto consolidato del maschio solitario e frustrato. La quattordicenne di Manchester, la studentessa di Kansk, quella di Krasnodar il giorno dopo. In Canada, a febbraio, Jesse Van Rootselaar ha ucciso la madre e il fratellastro e poi sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, ferendone ventisette, prima di uccidersi: è la sparatoria scolastica più grave in Canada dal 1989. Negli Stati Uniti, la quindicenne Natalie Rupnow è diventata nel dicembre 2024 il modello da citare per gli attentatori venuti dopo. In Galles, nell’aprile 2024, una quattordicenne era stata condannata per il triplo tentato omicidio di due insegnanti e un alunno. E in Italia, la figura che sta al centro di due dei tre casi - quella che ha diffuso il manifesto di Bergamo e che doveva registrare San Vito Lo Capo, si presenta come una ragazza.
Questo conta per una ragione pratica. Tutti gli strumenti di prevenzione costruiti finora, dal profilo dell’incel isolato in poi, cercano maschi adolescenti chiusi in camera. Una parte consistente di questo ecosistema non ha quella forma, e non la sta cercando nessuno.
Anche nelle chat del tredicenne di Roma erano presenti diverse ragazzine.
A TikTok lo avevamo detto a maggio
Durante l’inchiesta abbiamo segnalato a TikTok decine di contenuti di radicalizzazione violenta. La piattaforma ne ha rimossi una decina. Ne restavano - ne restano- decine di migliaia, attivi, con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Era maggio. Da allora sono passati quattro mesi, un’aggressione in Sicilia e una a Roma.
Per quanto riguarda i gruppi, non serve cercarli. Ci è bastato iniziare a seguire un paio di profili per ritrovarci dentro in pochissime ore. A marzo erano bastati due giorni. Ad agosto, ripetendo l’esperimento, meno di 24 ore. L’algoritmo ha fatto il resto in meno di una settimana, trasformando il feed in un flusso ininterrotto di stragisti, riferimenti a 764 e all’Ordine dei Nove Angoli, accelerazionismo con musica ipnotica.
In questi mesi abbiamo visto nascere decine di cellule. Funzionano tutte allo stesso modo: un profilo pubblico che posta edit e meme, un invito a un gruppo chiuso, una serie di prove di fedeltà da superare, la migrazione continua da Discord a Telegram alla chat interna di un videogioco per bambini quando un canale viene chiuso. Ogni volta che ne chiudi uno, riapre altrove, con gli stessi partecipanti e lo stesso archivio. Per questo la parola «isolato», usata dai carabinieri di Bergamo a marzo e riproposta implicitamente a Roma venerdì, non descrive niente.
Due piattaforme, due età, la stessa deriva
La discussione di ieri sera si è avvitata sul solito punto: vietare i social ai minori di quindici anni, mettere i metal detector all’ingresso, abbassare l’età dell’imputabilità. Sul terzo punto conviene ricordare che questi ragazzini lo sanno già: il tredicenne di Bergamo nel manifesto scriveva «ho tredici anni, non possono processarmi né mettermi in carcere», e aggiungeva che avrebbe usato la cosa a proprio vantaggio. Chi parlava con lui lo sapeva perfettamente.
Ma il punto cieco è un altro. Discutiamo di radicalizzazione solo quando riguarda i minori e solo quando avviene su TikTok e su Telegram. Le stesse idee circolano da anni, con un’altra interfaccia e un’altra anagrafe, sulle piattaforme dove stanno gli adulti: la remigrazione, il grande rimpiazzamento, l’ossessione per chi non è bianco o non è nato qui, la guerra culturale contro la scuola e contro le femministe. Lì nessuno usa la parola radicalizzazione. Lì si chiama opinione politica, e ha portavoce eletti in Parlamento. La stessa docente ferita è una convinta sostenitrice di Vannacci. Il suo profilo Facebook lo conferma.
TMD è un acronimo che chiede la morte dei musulmani, ed è la versione da ragazzino, urlata e senza filtri, di un discorso che nella sua versione adulta viene pronunciato in televisione con altre parole. Se un minore lo scrive su una maglietta con un pennarello ci indigniamo e chiediamo i metal detector. Nella sua forma maggiorenne, lo stesso contenuto passa tutti i giorni senza che nessuno parli di “genitori criminali che vanno puniti insieme ai figli”.
Ma questo non è un problema educativo, è un’emergenza, e ha un perimetro tecnico preciso. Né i genitori né gli insegnanti sono preparati a fronteggiare un fenomeno così pervasivo e così rapido.
In sei mesi tre bambini italiani tra gli undici e i tredici anni sono entrati in una scuola con un coltello, un elmetto e una telecamera accesa, e in tutti e tre i casi il percorso è passato dalle stesse due infrastrutture. La prima è TikTok, dove i montaggi celebrativi degli stragisti, il Sole Nero e gli acronimi genocidari circolano su profili pubblici con centinaia di migliaia di visualizzazioni, e dove basta seguire un paio di account perché l’algoritmo trasformi il feed in un flusso continuo di quel materiale. Segnalare i singoli contenuti non serve: finché la moderazione lavora sul singolo video e non sui flussi - chi produce quel formato, chi lo ricondivide in blocco, quali reti di account si attivano insieme e a che ora - il problema non verrà risolto.
La seconda è Roblox. Centoquaranta milioni di utenti attivi al giorno, il quaranta per cento sotto i tredici anni, e al suo interno stanze sempre aperte dove si entra con un avatar e si parla al microfono con sconosciuti, senza moderazione e senza che la piattaforma risponda di quello che i giocatori fanno dentro o fuori dal gioco. Nei mesi della nostra indagine l’abbiamo osservata diventare sempre più strutturata: uno spazio con i suoi giochi ispirati alle stragi, i suoi codici, i suoi canali di reclutamento che poi migrano su Discord e su Telegram. Anche il minore arrestato a Malta era stato adescato su Roblox e poi inserito in un gruppo su Telegram.
Dopo la sparatoria di Zamboanga, il sindaco ha descritto il ragazzo che aveva appena ucciso un compagno in diretta come «un fanatico di Roblox», e la polizia thailandese ha trovato su Roblox tra le attività del quattordicenne di Nonthaburi. Il Dipartimento dell’istruzione filippino ha aperto un’indagine sulla radicalizzazione dei minori sulla piattaforma. In Italia non l’ha nominata nessuno.
Servono due cose, e servono adesso: un obbligo di trasparenza sui flussi di questi contenuti, con accesso ai dati per ricercatori e autorità, perché oggi l’unico modo per sapere cosa guardano i ragazzini è infiltrarsi nei loro gruppi come abbiamo fatto noi e questo non è più accettabile; e un intervento sulle piattaforme di gioco, che vengono trattate come intrattenimento per bambini e funzionano come reti sociali senza sorveglianza. Vietare i social agli under 15 senza fare né l’una né l’altra cosa significa spostare i ragazzini un metro più in là, dentro spazi che sono ancora meno controllabili.
Finché non capiamo come funzionano queste infrastrutture, continueremo a raccontare l’aggressione di venerdì come la vendetta di un ragazzino per un brutto voto in storia. E tra qualche mese ci ritroveremo a descrivere, di nuovo, un casco con una telecamera sopra, un conto alla rovescia pubblicato online la sera prima.
Ringrazio Giulia e Michael, intervistato anche nel documentario, per avermi aiutata tra ieri notte e le prime ore di questa mattina a mappare i contenuti e a identificare i nomi e gli acronimi sull’elmetto del ragazzino.

















Spero che qualcuno capisca il lavoro egregio che c'è dietro questo articolo, grazie Serena
caspita, io mi chiedo come sia possibile che dopo tutto questo vostro lavoro le autorità, la politica, la magistratura non si muovano per arginare questi fenomeni. qui cara Serena hai dato dei suggerimenti molto pratici, speriamo che chi di dovere non li lasci cadere nel vuoto. grazie per il tuo lavoro 🙏