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Avatar di Alessandro Ferrara

Ho lavorato per anni tra agenzie di comunicazione e aziende a Milano e, leggendo queste testimonianze, la sensazione è che il problema non riguardi un singolo marchio ma un intero sistema del lusso italiano.

In molti contesti professionali in Italia esiste ancora una cultura per cui il lavoro viene presentato come un privilegio concesso dall’azienda, non come uno scambio tra pari. Questo squilibrio diventa ancora più marcato nei settori percepiti come esclusivi, dove entrano in gioco dinamiche di classe, provenienza geografica, orientamento sessuale e apparenza.

A 23 anni ho lavorato per un anno nell'ufficio stampa di una maison francese di alta gioielleria a Milano. Ho vissuto episodi di mobbing e discriminazione per le mie origini del Sud e per il mio orientamento sessuale, in un contesto in cui certe battute erano normalizzate. Solo col tempo ho realizzato anche l’assenza totale di diversity reale nei ruoli aziendali. Il clima quotidiano era segnato da giudizi costanti sull’aspetto, sul modo di vestire, sul background sociale. Prima degli eventi stampa veniva controllato cosa avrei indossato, e una volta mi fu detto che non era necessario partecipare dopo aver visto il mio outfit: avevo 23 anni e guadagnavo 800 euro al mese.

Non racconto questo per vittimismo, ma perché credo sia importante riconoscere che molte persone hanno vissuto dinamiche simili. È un modello culturale che normalizza l’idea che chi lavora nel lusso debba accettare umiliazioni, stipendi inadeguati e ambienti tossici in cambio del prestigio del brand.

Dieci anni fa mi sono trasferito a Londra e ho scoperto un sistema diverso: imperfetto, ma basato su meritocrazia, dialogo e rispetto professionale. Qui il talento è considerato una risorsa da valorizzare, non sostituibile e facilmente sacrificabile. Anche gli stipendi sono più coerenti con il costo della vita, mentre Milano continua a voler giocare il ruolo di capitale globale senza offrire condizioni comparabili.

Finché il lusso italiano continuerà a fondarsi sull’idea di prestigio come compensazione simbolica di condizioni di lavoro mediocri, il divario con altri mercati continuerà ad allargarsi. Il talento oggi è mobile, e sceglie dove sentirsi rispettato.

Avatar di Giulia Caetani

Al confronto Miranda Priestley sembra Gianluca Gotto.

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