La Flotilla ha perso, lunga vita alla Flotilla!
Flotilla ha generato un sentimento potente in milioni di persone fino ad oggi dormienti, forse più disilluse che disinteressate. Una di quelle emozioni romantiche che fanno alzare dalla sedia.
Sono ferma su un treno in stazione a Firenze. Dovrei andare a Roma per lavoro, ma i binari sono bloccati dai manifestanti, pare siano più di sessantamila qui oggi, e non so quando, o se, il treno ripartirà. Probabilmente perderò tutta la giornata e pure il mio cachet- e certo, posso permettermelo- ma sono felice. È felice anche Sabrina, che mi ha appena scritto questo messaggio su Instagram.
Sono felice perché, onestamente, avevo perso le speranze per questa generazione, dopo aver seppellito da tempo pure quella per le precedenti, così che sappiate che questo non è un borbottio da boomer. Ho visto i grandi vecchi che quarant’anni fa agitavano le piazze e le fiaccole diventare pompieri, per non dire pelosi reazionari, e temevo che il seggio dell’attivismo vero sarebbe rimasto vacante. Negli ultimi vent’anni vedevo le piazze vuote e i social pieni, pieni di un attivismo spesso egoriferito, molto indignato, quasi sempre tutto forma e niente sostanza. Un post creato con l’intelligenza artificiale con scritto All Eyes on Rafah è stato tutto quello che, per quasi due anni, la stragrande maggioranza delle persone di questo paese, ma anche degli altri paesi occidentali, è stata in grado di partorire per parlare di ciò che sta accadendo a Gaza. La bandiera della pace è rimasta un filtro buono per la foto profilo di instagram, le urne dell’ultimo referendum che avrebbe dovuto tutelare il lavoro di chi non ha tutele sono rimaste semivuote. Pensavo tutto questo, e poi è partita la Flotilla.
Da un migliaio di anni, nelle monarchie di tutto il mondo, c’è una frase che si usa esclamare quando un sovrano decede: “Il re è morto, lunga vita al re”. Significa che il re non è una persona, ma una carica, un concetto, e quando il re muore non muore la corona, che passa immediatamente al suo successore. Ecco, per la Global Sumud Flotilla vale la stessa cosa. Che nessuna delle navi della sarebbe mai arrivata in Palestina lo sapevamo tutti dal primo momento. Io per un po’ ci ho sperato, che la ‘Selvaggia’ sfuggisse al blocco illegale israeliano e riuscisse a raggiungere la riva di Gaza City, ma dopo un po’ la sua icona sul tracker è diventata arancione, e poi rossa, e così è stato chiaro che anche la mia barca omonima era stata arrembata. Per qualche ora sembrava che ce l’avesse fatta la Mikeno, ma poi non se n’è saputo più nulla, forse è arrivata, forse no. In ogni caso, non importa. Lo sapevamo tutti, e forse anche chi l’ha organizzata, che l’obiettivo della spedizione non era consegnare aiuti, o arrivare fisicamente oltre il confine delle acque internazionali. Ad essere importante era il viaggio, il simbolo. La corona.
La Flotilla, in una manciata di settimane, è riuscita dove due anni di genocidio, di morti, di bombe e di cecchini, dell’asfissiante e inumano assedio di un fazzoletto di terra già provata dall’occupazione avevano fallito. Ha generato un sentimento potente, puro e cristallino in milioni di persone fino a questo momento dormienti, forse più disilluse che realmente disinteressate, una di quelle emozioni romantiche che ti prendono così tanto che diventa fisicamente impossibile restare fermi.
Perchè era romantica fino dal primo minuto, l’idea di una piccola flotta di barche, alcune poco più che piccoli motoscafi, che salpa da diversi porti per arrivare a liberare un posto dove, si sa già, in realtà non arriverà mai. Garibaldi aveva i Savoia ad aspettarlo, ma i volontari della Flotilla erano soli. E dall’altra parte non c’era una vecchia monarchia stanca, ma uno stato ricchissimo, con un esercito all’avanguardia in mano a un criminale che, per quanto ne dica Parenzo, gode di un ottimo consenso da parte del popolo che l’ha eletto (più volte, tra l’altro). Non c’era nessuna possibilità di successo, se con successo intendiamo l’arrivo a Gaza e la consegna degli aiuti. Ma la forza dirompente degli eroi romantici, dei Don Chisciotte contro i mulini a vento, sta proprio nel loro fallimento. Nel ‘fare’, nonostante tutto.
I volontari della Flotilla avevano già messo in conto tutto, l’intercettazione illegittima in acque internazionali, l’arresto, la detenzione, il rimpatrio forse a loro spese. Non era solo un’eventualità, ma un destino ineluttabile. Ci sono andati incontro volentieri, con coraggio e altruismo, sperando che potesse cambiare qualcosa. Io che ero stata invitata a partire con loro quest’estate ho avuto paura. Di morire e di prendermi troppa scena, la scena non era la mia. Potevo continuare a fare la mia parte da qui, sperando che prima o poi il vento cambiasse, senza dover occuparmi, maldestramente, di una vela. Ho un po’ rimpianto di non aver fatto parte di questo piccolo, grande pezzo di storia dell’umanità e di umanità, ma è stato giusto così.
E in effetti è cambiato tutto. La generazione Z è scesa in piazza, massiccia, assieme a tutte le altre che mancavano dalle manifestazioni da chissà quanto tempo. Le manifestazioni hanno paralizzato stazioni, strade, intere città. Come si dice spesso in questi casi c’erano giovani, nonni, famiglie con bambini, ma stavolta c’erano davvero. Li ho visti. Ho visto, per la prima volta dopo tanti anni, un’indignazione trasformata in partecipazione. Ho visto le facce, le bandiere, ho visto anche i manganelli purtroppo. Come al solito, poi, ho visto parte della stampa parlare solo dei (pochissimi) gesti vandalici per non dover parlare dei (tantissimi) cortei pacifici. La totalità, praticamente. Ma ho anche visto la paura della politica, una maggioranza che forse per la prima volta si sente con le spalle al muro e che vede per la prima volta un avversario forse non parlamentare, ma sicuramente popolare. Meloni che dice ‘vogliono fare il weekend lungo’ quando centinaia di migliaia, forse addirittura milioni, di persone scendono in piazza a dire che la nostra ignavia fa schifo, che l’alleanza con Israele è indegna, e che un governo colluso con un genocida non può credersi assolto, ecco, mi ha fatto un certo effetto. Non ha fatto le solite faccette che fa da Vespa, stavolta, chissà perché.
E non ho visto brillanti nemmeno i soliti commentatori che, con la scusa di stigmatizzare i nullafacenti, vogliono solo continuare a strizzare l’occhio a Israele per non temere di perdere quel briciolo di potere che gli è rimasto, perché tanto la credibilità l’hanno persa già da tempo immemore. Li ho visti però più cattivi. Oggi Giuliano Ferrara ha scritto, lo metto tra virgolette perché non mi si accusi di averlo frainteso, che “Sarebbe disdicevole e disumano, ma un buon contrappasso, se i flottiglieri fossero trattenuti, non dico sottoterra, per lo stesso numero di giorni degli ostaggi del 7 ottobre, parlamentari compresi #nellecarceridipalestinalibera”. Non gli rimane che invocare il contrappasso, la legge del taglione, l’istinto più basso del genere umano e, al contempo, essere rallegrato dall’idea, tanto che scappa pure la battuta sarcastica sulle carceri palestinesi.
Che ridere. Leggendolo vedo proprio l’elefante (è la sua immagine di profilo su Twitter) che, morente, raggiunge il cimitero della ragione. Si stanno trascinando tutti lì, pieni di livore reazionario, insieme ai loro simili. Per la prima volta, mi sembra che la storia sia sul punto di cancellarli. Penso che le piazze, nel chiedere che Gaza sia finalmente liberata, stiano chiedendo anche molto altro: una nuova classe dirigente, dei nuovi rappresentanti, nuove parole e nuove azioni per opporsi a un massacro antico. E non più dal telefono, ma per strada. In piazza. Se necessario, anche sui binari del mio treno per cui oggi ho perso tempo e forse lavoro, ma ho guadagnato anche tanta speranza nelle persone che mi circondano, nel mio paese e nel futuro. Non solo di Gaza.
La Flotilla ha perso, lunga vita alla Flotilla!







Speriamo che ci ricorderemo di tutto ciò nel momento di andare alle urne
Potresti aprire il contenuto alla condivisione? Lo voglio mandare a tutti quelli che dicono che la flotilla non è “servita a niente” 😎