L'opaco sistema dietro alle richieste di risarcimento dei 'vip' per commenti online
Viaggio nel 'business' della diffamazione: tra società intestate a parenti, fantasiosi 'report investigativi', sotterfugi e richieste abnormi per l'emoticon del pagliaccio. Ma soprattutto: è lecito?
Qualche sera fa Italo Bocchino, ospite a Piazza Pulita, raccontava di come, da qualche tempo a questa parte, stesse chiedendo denaro ai suoi hater. “Ho 697 pratiche di diffamazione, sui social”, ha detto. E dev’essere vero, visto che su Reddit ci sono diverse persone che affermano di aver ricevuto una richiesta di risarcimento dai legali di Bocchino per un commento sui social network. In realtà io stessa ho ricevuto decine di segnalazioni su come lo stesso chieda denaro a chi lo avrebbe diffamato, secondo le valutazioni del suo avvocato.
Bocchino è, in realtà, in buona compagnia. Da qualche anno, alcune associazioni ‘contro l’odio online’ e diversi studi legali hanno cominciato a mandare lettere di richieste di ‘accordo’ o di denaro, a raffica, alle persone che avrebbero ‘insultato’ un loro cliente sui social network. I clienti ‘vip’ che vi si affidano o vi si sono affidati sono tanti: dal giornalista Sandro Sabatini all’ex arbitro Luca Marelli, da Asia Argento a Alex Belli, da Luigi Pisacane a David Parenzo, da Alessandro Basciano e Maddalena Corvaglia alla schermitrice Elisa Di Francisca, e poi Morgan, Licia Ronzulli, Simone Pillon, Daniele Capezzone, Susanna Ceccardi, (insomma, quella destra che frigna perchè ‘non si può più dire niente’), più un’infinità di grandi/medi/piccoli influencer o personalità del mondo dello spettacolo.
Giusto ieri, una persona me ne ha girata una proveniente dall’avvocato di Giovanni Ciacci, a cui Silvio (nome di fantasia) aveva scritto in un commento “buffone”. I commenti- alcuni dei quali di anni fa- non sono certo tutti realmente offensivi o auguri di morte (tra l’altro augurare la morte è orribile, ma non è diffamazione). Qualcuno ha ricevuto una di queste lettere dopo aver lasciato un commento sul profilo social di questo o quel vip, giornalista, artista, come l’emoticon del pagliaccio, o frasi del calibro di ‘ridicolo’ ‘scemo’ ‘venduto’. Il contenuto delle lettere, in generale, è quasi sempre lo stesso e cioè (semplificando): hai scritto questo insulto al mio cliente, è diffamazione, quindi contattaci e/o pagaci entro pochi giorni il danno, in caso contrario potremmo farti causa. Qualcuno stabilisce direttamente la cifra da pagare, intimando il pagamento come se fosse un danno già certo ed esigibile, altri invitano il “diffamatore” a telefonare allo studio legale per discuterne.
Una pratica consentita, ma dal sapore- a mio avviso- vagamente minatorio, tant’è che con l’intermediazione di un avvocato è legittima, ma se un privato ci dicesse “paga o ti querelo” potremmo denunciarlo per minaccia, che è un reato di una certa gravità.
La lettera di questi avvocati è spesso infarcita di simboli altisonanti e abbondante ‘giurisprudenza’ in tema di diffamazione online, più dei sedicenti ‘report investigativi’ che inchioderebbero i colpevoli (ne parlerò più avanti in questo articolo).
Quasi sempre, chi riceve una di queste lettere scritte in “legalese” si spaventa e addirittura qualcuno, temendo di dover affrontare un processo con seri strascichi legali, paga sull’unghia. Il che, dal mio punto di vista, parrebbe esattamente il motivo principale per cui queste lettere vengono mandate. Molte persone senza strumenti non sanno nulla di legge e avvocati, non capiscono la differenza tra la lettera di un avvocato e un procedimento civile e penale e credono che quella lettera significhi automaticamente un processo e una condanna. Spoiler: NO.
E ora cercherò di spiegarvi perché e cosa fare in questi casi cercando di utilizzare un linguaggio semplice, perché TUTTI possiate avere almeno gli strumenti per comprendere cosa vi sta capitando e come difendervi senza tirar fuori soldi inutilmente.
Se ricevete una di queste lettere in cui studi legali vi segnalano un vostro commento, magari anche di cinque anni fa, invitandovi a pagare o a contattarli altrimenti vi faranno causa, è perché tendenzialmente non sono interessati a farvi causa. Fare causa a qualcuno, per intenderci, vuol dire rivolgersi alla giustizia depositando una querela o avviando una causa civile, non all’avvocato per cercare accordi economici fuori dai tribunali.
Perché non lo fanno, dunque, visto che si sentono diffamati dal vostro commento e desiderano che “sia fatta giustizia”?
Ve lo spiego io. In molti casi- leggendo il tenore dei commenti di cui si lamentano questi studi legali- è perché se denunciassero la signora Pina per aver commentato “pagliaccio” sotto un post, quella denuncia verrebbe quasi certamente archiviata in tre secondi netti, oppure sareste “indagati” per poi arrivare comunque a una archiviazione. “Sarebbe archiviata” vuol dire che un giudice riterrebbe la vostra condotta legittima, che non c’è nessuna ipotesi di reato e quindi non si celebra alcun processo. Per chi querela, solo una grossa perdita di tempo e denaro.
Ma è quasi sempre una grossa perdita di tempo e denaro- e lo dico per esperienza- pure quando il commento che lasciate è più grave.
Querelare qualcuno che ha scritto qualcosa di realmente molto offensivo, aspettare le indagini, che possono durare mesi o anni senza sapere come andrà (i giudici tendono ormai a archiviare spesso anche frasi che ci suonano terribili, in tema di diffamazione), aspettare l’inizio di un processo, e poi l’appello e pure il terzo grado in cassazione, è sfinente. Insomma, l’iter di un procedimento penale è lunghissimo e dispendioso. Anche perché nel processo penale, chi querela - che vinca o che perda- comunque si quasi sempre paga le sue spese legali.
Immaginate se Bocchino dovesse querelare tutte le persone che gli scrivono “cretino” e tutte le centinaia a cui invece fa mandare lettere. Anche ipotizzando che tutte quelle persone vengano mandate a processo, investirebbe 5- 10 mila euro di spese legali a procedimento. E questo anche se il “diffamatore” viene condannato in sede penale. È per questo che tendenzialmente ci si guarda bene dal denunciare penalmente, in maniera massiccia, per un commento sui social: costa. Io ho denunciato alcune persone per commenti gravemente offensivi (senza mandare letterine per chiedere accordi stragiudiziali) non perché mi interessasse arricchirmi, ma perché mi interessava avere giustizia. E l’ottenere giustizia mi ha spesso impoverita, oltre a rubarmi energie in cause che durano anni. Quindi, è chiaro che per quel “cretino” convenga far mandare una lettera alla signora Pina minacciando cause e vedere se paga. Se paga sei contento, se non paga in linea di massima non fai alcuna causa, tanto tra mille lettere inviate ci saranno altre 200 signore Pine che terrorizzate e immaginandosi già in manette, pagheranno (comunque nessuno, pure se condannato, va in galera per diffamazione, sappiatelo). Insomma, è una pesca a strascico.
L’alternativa alla letterina, per il Bocchino di turno, è avviare una causa civile. La causa civile, a differenza di quella penale, non punta a far punire con una pena come una multa o - che so - due mesi di reclusione (che comunque nessuno sconterà mai in carcere), ma punta a ottenere un RISARCIMENTO. Insomma, è come dire: non mi interessa che venga stabilito se hai commesso un reato, ma solo se mi hai arrecato un danno e voglio che tu mi risarcisca.
E qui direte: beh ma allora perché queste persone fanno mandare letterine dell’avvocato chiedendo soldi e minacciando cause civili e non avviano direttamente la causa civile, se con quella possono ottenere denaro?
Semplice: perché le cause civili sono potenzialmente molto costose e l’esito ancora più imprevedibile. Se infatti nel penale le due parti si pagano (quasi sempre) le proprie spese legali, nel civile le spese legali di entrambe le parti le paga la parte soccombente (chi perde). Dunque, se Bocchino avvia una causa civile per il vostro “cretino” e il giudice stabilisce che sì, potevate risparmiarvi il commento, ma non avete arrecato alcun danno a Bocchino (esito molto probabile), lui dovrà pagarvi le spese legali più spese processuali e così via. In più dovrà pagare il suo avvocato. Insomma, scomodarvi per “pagliaccio” o “cretino” può costargli 10.000-15 000 euro, se gli va bene.
Ed è questo che va capito e che spiega bene la moda delle letterine: ottenere un risarcimento nella maniera ortodossa, cioè facendo una causa civile, preceduta dalla mediazione obbligatoria (un tentativo di accordo tra le parti), l’incontro davanti a un giudice, non sapendo cosa questo giudice deciderà, più l’attesa degli altri gradi di giudizio, è faticoso e costoso, in termini di tempo, di pratiche e di avvocati. Immaginate se Bocchino su cento cause civili avviate contro gli hater ne perdesse 50 l’anno. Moltiplicate per 10.000. Tra l’altro, l’uso compulsivo del tribunale civile per chiedere risarcimenti potrebbe essere malvisto da un giudice. Ricordo che Matteo Renzi ha perso una causa civile con Il Fatto a cui chiedeva 200.000 euro, e la giudice ha scritto in sentenza “usa il tribunale civile come un bancomat dal quale attingere somme per il proprio sostentamento”. Renzi è stato condannato a risarcire LUI 16.000 euro al Fatto.
Se siete arrivati fin qui, vi sarà chiaro che inviare una lettera in cui scrivi ‘paga o ti faccio causa’ è rapido, indolore e senza rischio alcuno. E che si può decidere di denunciare DAVVERO qualcuno, di fare davvero una causa civile a qualcuno, ma non a migliaia di persone. Sarebbe impossibile, oltre che folle e pericoloso per le proprie finanze.
La serialità con cui queste lettere vengono inviate fa infatti pensare che poi, di fatto, pochissimi (o forse nessuno) di quelli che rifiutano di pagare sull’unghia andranno incontro ad altre conseguenze. Ma chi non sa tutto questo può, legittimamente, spaventarsi molto e, a costo di indebitarsi, mettere mano al portafogli.
Quindi la versione corta di quest’articolo, che è il consiglio che do a tutti quelli che mi scrivono preoccupati, è: non rispondere, non pagare. Se poi verrà avviata una causa farete sempre in tempo a cercare un accordo.
CHI SONO QUESTI STUDI LEGALI E LE SOCIETÀ CON CUI COLLABORANO
La versione lunga di questo articolo, invece, è un labirinto di accrocchi legali, parentele e sotterfugi che, alla fine, restituiscono un’immagine ben poco edificante di questo vero e proprio business della diffamazione. Ma andiamo con ordine.
La prima ad avere l’idea che l’odio online, in qualche modo, potesse essere contrastato costringendo gli odiatori a sborsare denaro fu Cathy La Torre, che lanciò nel 2019 la campagna ‘Odiare ti costa’. Fu piuttosto una campagna di sensibilizzazione sociale (e anche di personal branding, ne ho parlato qui) più che una capillare azione legale mirata contro gli odiatori, e comunque ebbe vita breve, senza che mai l’avvocata abbia mostrato un report del lavoro fatto e quante vere cause vicili abbia avviato. Anche in quel caso, La Torre adottò soprattutto il metodo delle lettere con proposta di accordo economico per non finire in un tribunale.
La sua idea- senza il messaggio sociale- è stata però raccolta- e qui nasce il tema principale di questo articolo- da altri avvocati e, soprattutto, da alcune SOCIETÀ.
Avete capito bene, nella maggior parte dei casi che sto raccontando in questo articolo parliamo di società. Tra queste spiccano la Talento Company di Andrea Ferrato, la Zero Hate di Marco Bartoletti e, forse la più nota, ‘Anti Hater’ il cui avvocato di riferimento è il pescarese Edno Gargano, nata all’inizio del 2021 (promossa anche in un servizio delle Iene). Sono società di vario tipo (la Talento Company ad esempio è anche una casa di produzione ma anche di amministrazione contabile), il cui core business sembra però questa attività di mediazioni per i commenti online.
Queste società contattano spesso direttamente, tramite mail o messaggi diretti su Instagram, i ‘vip’ a cui vogliono proporre i loro servizi. La proposta è semplice (questa, per esempio, quella di Anti Hater): “Potrai finalmente ottenere un risarcimento economico dalle persone che trasmettono odio e commenti ingiuriosi grazie al servizio di AntiHater. Non devi anticipare nulla, perché paghiamo tutto noi. Vuoi trasformare questi commenti di odio in un’entrata extra?”. Anti Hater scrive proprio così: ENTRATA EXTRA. Non “sei turbato dai commenti d’odio?” O “Vuoi giustizia?”, ma usa l’espressione esplicita “entrata extra”.
I tentativi di contatto di Anti Hater sono anche piuttosto insistenti: il mio compagno, ad esempio, durante una shitstorm ha ricevuto da loro undici email e un messaggio privato su Instagram, tutto nel giro di meno di un mese. Se si dà seguito ad una di queste richieste di contatto, si riceve la proposta di un contratto, spesso della durata di un anno, in cui “il cliente conferisce alla società […] ’incarico per: la predisposizione della pratica di risarcimento danni subiti in conseguenza dell’attività delittuosa altrui a mezzo social network o con qualsiasi altro tipo di condotta diffamatoria”. Il bello di questo servizio è che è gratis, o quasi. Se il ‘diffamatore’ dovesse accettare di pagare, Anti Hater tratterrà il 60% di questa somma. Sulla carta, sembra un ottimo affare. Ma analizziamolo con un po’ di attenzione, perché la storia è interessante.
Intanto, perché queste proposte, come pure il contratto, provengono da una società e non da uno studio legale? Perché in Italia il codice deontologico vieta a un avvocato di procacciarsi direttamente clienti. Vieta anche di farlo “a mezzo di agenzie o procacciatori”, ma evidentemente Anti Hater SRL non rientra nella casistica appena elencata. Di fatto, però Anti Hater propone alle persone ‘diffamate’ “l’individuazione dei professionisti necessari”, cioè ti assegnerà un avvocato che si occuperà dei tuoi casi di ‘diffamazione’.
L’avvocato a cui Anti Hater fa affidamento, sembrerebbe in esclusiva, è appunto il pescarese Edno Gargano (il cui servizio come dicevo è stato pubblicizzato in un lungo e sconcertante servizio delle Iene, e che esibisce diversi premi ricevuti).
Ma come mai la società Anti hater affida proprio a Gargano le pratiche? Sono andata a controllare la visura della società e ho scoperto alcune cose interessanti. La Anti Hater SRL vede al suo interno la madre di Gargano Annateresa Rocchi, che detiene il 24% delle quote, e suo fratello Eric Gargano che è socio al 4%. L’8% di anti hater è poi detenuto dalla ‘Ci pensiamo noi SRL’, una società di Pescara le cui quote appartengono per il 50% a Estevano Gargano, padre di Edno, per il 40% a Sabrina Profeta, moglie di Edno, e per il 10% a Edoardo Gargano, forse l’altro fratello. Insomma, alla Anti Hater SRL partecipa tutta la famiglia Gargano tranne l’avvocato Edno Gargano. Insomma, l’avvocato Gargano non può procacciarsi clienti, ma lascia che glieli procacci la famiglia. In realtà, come detto, sarebbe vietato anche farlo “a mezzo di agenzie o procacciatori”, ma vabbè.
Di fatto, però, la Anti Hater si avvale poi dei servigi dello studio Legale di Edno Gargano e immagino che, a questo punto, non ne sarete sorpresi nemmeno voi. Forse il fatto interesserà l’ordine degli Avvocati, forse no, vedremo. Il socio di maggioranza è invece (tramite una holding) Christian Pozza, un tizio che vive a Dubai e che su YouTube spiega come trasferirsi all’estero e vivere ‘Tax Free’, ma è anche proprietario di un’accademia di seduzione finita al centro di un servizio critico di Striscia La Notizia. Insomma, un business quantomeno variegato, ma questa è solo una nota di colore. Anti Hater, comunque, non va per niente male dal punto di vista economico: nel 2024 ha fatturato più di 230.000€ (e non sappiamo se alcune spese legali, ad esempio, vengano riconosciute a parte dallo studio Gargano). Dico ‘non sappiamo’ perchè nonostante abbia inviato una mail con richiesta di contattarmi alla segreteria del solertissimo studio Gargano non ho ancora ricevuto risposta. E provando a telefonare, il centralino chiede di digitare il codice trovato nella ‘lettera ricevuta’, il che fa pensare che l’unica attività dello studio legale sia proprio quella legata a lettere che inviano. E lo dico perché non esistono altri numeri segnalati per contattare lo studio.
IL PATTO DI QUOTA LITE
Torniamo per un secondo al contratto. Come abbiamo visto, il ‘presunto diffamato’ non deve pagare nulla in anticipo, perché in caso di successo della ‘pratica’ la società si terrà il 60% della somma incassata. Questo accordo si chiama “patto di quota lite” ed è un accordo che gli avvocati non possono in alcun caso stipulare, sempre per regole deontologiche. Ecco spiegato il perché l’avvocato Edno Gargano si appoggia a una società. In questo caso dunque il patto non è contratto con l’avvocato, ma con Anti Hater, e quindi formalmente tutto a posto. Che poi la società sia del padre, della madre, della moglie e dei fratelli dell’avvocato è una pura casualità, come avrete capito.
La domanda da farsi adesso è: si può fare tutto questo? Andiamo per punti.
Intanto, mandare lettere di richiesta di accordo stragiudiziale e risarcimento è ovviamente lecito. Queste lettere però hanno spesso all’interno diversi problemi. Intanto, citando alcuni precedenti e con abbondante uso di legalese, fanno pensare al destinatario che il suo commento sia già di per sé diffamazione (e cioè un reato), come se fosse un procedimento automatico. E invece è importante capire non qualsiasi tipo di epiteto o di insulto è diffamazione e che ciò che reato lo stabilisce un giudice. I criteri sono molteplici e complessi ed è, in ogni caso, un Tribunale a dover stabilire se una frase o una affermazione è diffamatoria, spesso semplicemente in base all’interpretazione soggettiva del giudice. A volte capita persino che un giudice non capisca una battuta, come avevo spiegato, ad esempio, quando Bersani era stato condannato al pagamento di una multa (ma poi è stato assolto) per una battuta su Vannacci, e che quindi emetta una sentenza di condanna per diffamazione.
Capita anche che lo stesso epiteto venga considerato diffamazione o legittimo, in procedimenti diversi perché usato in modo e contesti diversi (io sono stata assolta per avere scritto “bimbominkia” a Fedez, mentre per “bimbominkia” usato in un contesto molto diverso un’altra persona è stata condannata). Ad esclusiva valutazione del giudice è affidata anche la quantificazione dell’eventuale danno, qualora abbia individuato la diffamazione. Una valutazione ‘equitativa’, cioè operata senza applicare norme di diritto specifiche, ma valutando anche qui diversi fattori, e un po’ a sua discrezione. Non esiste una tariffario specifico che dica, che so, “se scrivi coglione sono 2000 euro”. Il giudice decide in base alle sue valutazioni e può decidere che non sia neppure diffamazione.
In queste lettere, invece, il danno viene spesso già quantificato ma in maniera totalmente soggettiva, a discrezione della persona ‘offesa’ e del suo studio legale.
Che le cifre siano del tutto arbitrarie si capisce anche dal fatto che a volte questi avvocati imbastiscono dei veri e propri mercanteggiamenti, come se sul tavolo non ci fosse un reato grave come la diffamazione ma un kg di branzino.
Se non si risponde entro un tot di giorni, generalmente pochi, spesso inviano un’altra lettera. E così via. A volte alcuni di questi studi legali vanno avanti a perseguitare i presunti diffamatori per settimane, con telefonate e lettere, continuando ad abbassare la richiesta economica. E non potrebbero farlo.
Non ho però notizia del fatto che, continuando a ignorare le lettere, gli avvocati di queste società vadano sempre a denunciare il diffamante come annunciato. Al momento mi risulta che siano state avviate pochissime richieste di mediazione in sede civile, non so se poi siano diventate una causa vera e propria
LO SPAURACCHIO DELLE ATTIVITÀ INVESTIGATIVE CON L’EMBLEMA DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Ma veniamo alla parte, se possibile, più grave. Allegato a molte delle lettere di richiesta di risarcimento c’è un report di presunta ‘attività investigativa’ redatto da una azienda privata - come la Phersei SRL, a cui si affida Anti Hater- che, per rendere i report ancora più minacciosi, ci inserisce all’inizio il simbolo della Repubblica Italiana e la dicitura “Divisione investigativa reati on line”. Ma l’emblema della Repubblica Italiana può essere utilizzato solo da enti ed istituzioni pubbliche, come organi costituzionali, ministeri, enti locali e Forze Armate, non da semplici studi di investigatori privati. E nel nostro caso, in abbinamento all’emblema, la scritta “Divisione investigativa” può far pensare, a chi riceve la lettera, a un coinvolgimento di qualche organo di polizia, mentre è semplicemente una dicitura relativa allo stesso studio di investigazioni, priva di ogni significato. Serve solo, praticamente, a incutere un bel po’ di timore. Uno apre la lettera, vede ‘Diffamazione’ ‘Pagare’ ‘Processo’ ‘Divisione investigativa’ e, addirittura, l’emblema della Repubblica e pensa di essere spacciato. Ecco come si apre uno dei report della Phersei Srl.
Tra l’altro, l’attività definita ‘altamente investigativa’ è in realtà una acquisizione del commento con modalità forense, cioè l’acquisizione della immagine con certificazione dell’orario. In pratica uno screenshot con la data.
Perché, come mi spiega l’avvocata Barbara Indovina, “le indagini forensi relative ad un profilo social possono essere fatte dalle Forze dell’Ordine mediante acquisizione di file di log, ovvero di accertamenti sull’effettiva corrispondenza tra il nome utente e la persona reale: cosa peraltro impossibile nella maggior parte dei casi anche perché in America, dove hanno sede Facebook e Instagram, non è possibile chiedere una rogatoria alle Autorità Americane per la diffamazione. Quindi in Italia, semplicemente, se al profilo è allegata qualche informazione personale è possibile risalire al commentatore, altrimenti no”.
Quello che fanno questi report, insomma, è una semplice ricerca su internet. Ma nella lettera, invece, c’è scritto questo:
Bella supercazzola, vero? Anche questa fa parte delle piccole suggestioni che rendono queste lettere molto convincenti.
LE PERSONE SI SPAVENTANO E PAGANO ANCHE PER UN EMOTICON
A fare il resto ci pensa la natura dei destinatari, che spesso sono persone (legittimamente) senza una cultura legale, o anziane, per cui ricevendo una lettera pensano già di essere sul banco degli imputati, e potenzialmente rovinate economicamente. Anche solo, come accade spessissimo, per aver semplicemente risposto a un contenuto con l’emoticon del pagliaccio. Lo studio Gargano ha chiesto, per conto di Taylor Mega, 2500 euro a una signora che aveva pubblicato semplicemente l’emoticon della cacca.
Come scrivevo ieri sul fatto, la quantificazione del danno, ovviamente del tutto arbitraria, segue criteri a tratti spassosi. Prendiamo il caso di Bocchino. Se gli scrivi ‘Sei veramente un coglione’ sono 3000 euro, mentre ‘Che schifo di uomo’ fa salire la richiesta a 4000, e ‘uomo’ in effetti è una parola forte da accostare a Bocchino. ‘Fai schifo’ però, unitamente a ‘Cretino’ e ‘Fai pena’ fa scendere la richiesta a 2500euro, confermando implicitamente che il problema era proprio ‘uomo’. Ma anche l’individuazione dei commenti ‘diffamanti’ è spesso esilarante.
Simone Pillon ha fatto contattare un tizio che gli aveva scritto il terribile commento “sei ossessionato dalla comunità LGBT, secondo me ci fai repressamente parte”, mentre Parenzo, uno che nella sua edificante trasmissione radiofonica permette a Feltri di dire “ai musulmani sparerei in testa”, propone una conciliazione bonaria (soldi, suppongo) a uno che l’ha offeso mortalmente scrivendogli ‘Leccaculo dei potenti’ o addirittura “ti è caduta questa:
Ma molti di quelli che ricevono queste lettere non possono sapere che il loro commento in realtà non è diffamatorio - perchè spesso non ne ha nemmeno la portata - e allora pagano ‘per evitare il peggio’.
Perchè, checchè ne dica l’avvocato Gargano (“Parliamo di risarcimenti che il più delle volte sono intorno a un migliaio di euro, quindi non si sta qui a rovinare nessuno”, ha dichiarato alle Iene), una cifra che oscilla tra i 2500 e i 4000 euro (questa la media dei risarcimenti richiesti dal suo studio, in base alle segnalazioni che ho ricevuto) può invece mettere in ginocchio le fragili economie di una larghissima fascia della popolazione, che non arriva a fine mese e quando ci arriva lo fa misurando il centesimo. Come Pina, disoccupata, che contattata da Zero Hate (un’altra società) per pagare ha dovuto vendere la fede nuziale.
Il bello è che queste cose spesso a questi “avvocati educatori”, come li chiamano alle Iene, vengono fatte presente, ma non si fermano nemmeno davanti a queste condizioni di estrema indigenza. C’è chi, dopo aver pagato, cade in uno stato depressivo.
“Il suo commento ha ingenerato nel mio assistito sconcerto e rammarico”
Ecco, a proposito di depressione. Nelle lettere che lo studio Gargano manda agli ‘hater’ c’è scritto sempre che “Il suo commento ha ingenerato nel mio assistito sconcerto e rammarico per una situazione senza colpa”.
E questo è curioso, dal momento che più di un ‘vip’ che in passato si era affidato a questo studio per l’affare delle lettere non era nemmeno a conoscenza dei commenti per cui quelle lettere venivano inviate, che venivano selezionati direttamente dagli avvocati. Dunque quale turbamento avrebbero provocato, i commenti, se le persone a cui erano rivolti non li hanno nemmeno visti? Insomma, in alcune di queste lettere ci sono addirittura affermazioni non veritiere. Me lo conferma Italo Bocchino, per esempio, che specifica “non controllo tutte le lettere mandate”. E non solo lui.
In ogni caso, il fenomeno ha raggiunto proporzioni enormi. Le lettere che stanno arrivando sono migliaia, in tutta Italia, gli studi legali che prestano questo servizio sono in aumento e questo, tra l’altro, sta generando anche un pericoloso effetto non previsto: alcuni truffatori cercano commenti di insulti sui social e mandano lettere fingendosi studi legali, copiandone la carta intestata e dichiarando di agire per conto del vip di turno. Distinguerli dai ‘veri’ avvocati di turno non è facile, bisogna verificare il numero di telefono e, insomma, chi è particolarmente suscettibile all’intimidazione di una causa potrebbe perfino finire per pagare il truffatore. Insomma, un discreto caos.
Per finire, una doverosa precisazione. Tutto quello che ho scritto fino ad ora non sottintende il fatto che sia buon costume insultare, offendere, né che sia auspicabile e che non vada contrastato, e non significa neppure che una persona non possa rivolgersi un legale o alle forze dell’ordine dopo aver ricevuto commenti denigranti e potenzialmente diffamatori. Nella vita mi sono trovata ad affrontare pesantissime shitstorm, vengo quotidianamente insultata sui social e io stessa, come sapete, ho querelato alcune persone, o avviato delle azioni civili. Poche, per questioni molto gravi e quasi sempre i soldi li ho spesi io, ma ho avuto giustizia. Ma non ho mandato letterine in serie per intimorire e se fossi o non fossi stata diffamata lo ha stabilito un giudice, non il mio avvocato. E proprio qui sta il punto: questo modo per ottenere risarcimenti, più che una ricerca della giustizia, mi sembra una pesca a strascico che, con la scusa di arginare l’odio online, aiuta gli studi legali a fare cassa e la ‘vittima’ pure, utilizzando metodi quantomeno discutibili e con risvolti sociali incerti. Nel servizio delle Iene dedicato a questa pratica l’inviato, dopo aver scoperto quanto aveva incassato un influencer che utilizzava questo sistema, esclama “Ma allora mi faccio insultare anch’io”! Ecco, appunto.



















La tua inchiesta è una cannonata, al pari di quella sulla finta beneficienza, andrebbe diffusa ovunque. Ci sono moltissime persone che davvero si disperano di fronte a queste lettere, ma mentre certi si fanno la bocca grande perché un’inchiesta, a loro dire, ha istigato al suicidio qualcuno (l’inchiesta certo, mica la shitstorm), non si prende in alcuna considerazione che, chi a fatica arriva a fine mese, di fronte ad una minaccia del genere, senza strumenti per capire che va semplicemente ignorata, potrebbe sprofondare in uno stato tale da commettere qualche gesto inconsulto. Sarebbe un bene che i giudici si occupassero di questa becera pratica. Grazie per il tuo lavoro.
Assurdo! Spero che l’Ordine degli Avvocati prenda provvedimenti. Sembra un tentativo di truffa o estorsione, spero vi siano gli estremi per procedere con una indagine approfondita di queste societa.