Martina Strazzer rompe il silenzio: la mia intervista alla fondatrice di Amabile.
"Mi assumo la responsabilità di aver trasformato una normale selezione di risorse umane in un simbolo valoriale. Ma Sara commetteva errori di contabilità troppo seri, non potevamo tenerla".
Questo è un pezzo molto lungo, perché ho deciso di fare due cose: la prima è stata quella di riportare l’intervista a Martina Strazzer quasi per intero, perché fosse più onesta possibile. La seconda è stata quella di capire meglio chi fosse questa Sara, la ex dipendente che ha accusato Strazzer di averla lasciata a casa dopo che l’ha usata per vendersi sui social come l’imprenditrice generosa che assume donne incinte. E, secondo la sua versione, senza una ragione lavorativa credibile.
Sono partita da una posizione totalmente neutra: ho criticato una paio di volte Strazzer in passato, ho sempre pensato che nonostante la sua giovane età e alcuni inciampi iniziali fosse un’imprenditrice di incredibile talento, ma ero scettica su alcune leve emotive della sua comunicazione.
La mia impressione, poi confermata da questa intervista, è stata fin dall’inizio che non si trattasse di un caso Ferragni. Sì, Strazzer ha usato il marketing delle emozioni e ha legato troppo il brand alla sua immagine di brava ragazza piena di valori, ma è una che ama la sua azienda, il suo lavoro. Una che in ufficio ci va davvero, che conosce la materia e ha la struttura mentale dell’ imprenditrice. Inoltre, Martina vende un vero prodotto. Non ha un astuccio griffato col suo nome o borsette con cui non uscirebbe. Indossa i suoi gioielli, li pensa, li testa, li racconta con entusiasmo. E quel prodotto vive di vita propria, anche se lei resta inevitabilmente il grosso traino di marketing di Amabile.
Leggendo poi la storia di Sara mi è parso fin da subito che mancassero troppi pezzi. Continuavo a pensare che questo “inciampo” avesse poco a che fare con una vera ingiustizia lavorativa, ma più con la storia di una giovane imprenditrice che ha gestito con leggerezza la narrazione di un gesto normale — un’assunzione — trasformandolo in manifesto valoriale. Una forma di marketing che, inevitabilmente, si è trasformata in boomerang. Un po’ troppo poco, per questa tempesta.
Ho raccolto qualche informazione lavorativa su Sara dai suoi ultimi ex colleghi e datori di lavoro e- non scenderò troppo nei dettagli, non è un dossier su di lei- tutti sono stati concordi nel dire una cosa: Sara ha competenze molto basiche in materia di contabilità e non reagisce bene alle critiche, ha un carattere spigoloso, mi sono stati riportati racconti di liti con colleghe e anche che si sia licenziata per andare a lavorare con Strazzer dal giorno alla notte, con un’iniziale segnalazione per mobbing nei confronti dei suoi ex datori di lavoro, poi ritirata. “Quando ci ha detto che si licenziava, incinta, ci è sembrato assurdo. Era un rischio, avrebbe potuto continuare a stare qui e poi a fine congedo, decidere”, mi riferiscono.
Comunque, io non conoscevo Martina Strazzer, prima di ieri.
Non conoscevo ovviamente neppure Sara, ma con lei c’era stato un precedente.
Il 29 giugno ricevo una mail con un oggetto scritto con le maiuscole: MARTINA STRAZZER LASCIA A CASA RAGAZZA INCINTA. Apro la mail, a inviarmela è una certa Sara, che mi scrive “è giunta l’ora che qualcuno conosca l’altra Martina Strazzer e se qualcuno ne ha i mezzi quella sei tu”. La mail è un riassunto nervoso di giudizi carichi di risentimento (“é stata subdola", “dove si può spingere lo schifo?”) con una descrizione sommaria di fatti che trovo molto lacunosa. La mia sensazione è che qualcosa non quadri, sento un eccesso di livore e temo di essere lo strumento di qualche resa dei conti, tanto più che Sara è ancora formalmente una dipendente di Amabile. Decido di fidarmi del mio istinto e lascio stare, a quella mail non penso più.
Poi, due mesi dopo, come prevedibile Sara contatta qualcun altro (Charlotte Matteini) e porta a termine il suo proposito, che di fatto è far sapere al mondo quanto è ipocrita Martina Strazzer: lei, proprio lei che si vantava di aver assunto una ragazza incinta, poi l’ha lasciata a casa con un figlio appena nato.
Il resto lo sapete già: Martina Strazzer, 25 anni, ceo del suo brand di gioielli Amabile (7 milioni e mezzo di fatturato nel 2024), viene seppellita di insulti. Le parole della sua ex dipendente rimbalzano ovunque, si parla di un secondo caso Ferragni. Matteini poi alza la posta: dice che denuncerà altre situazioni lavorative opache all’interno di Amabile, che c’è un’iniziativa benefica sospetta, annuncia che sta preparando lei stessa (?) un esposto ad Agcm. Insomma, pare voler ricalcare una specie di “format” già visto (io in passato non ho mai inviato nulla ad Agcm, preciso), come se ogni storia non fosse una storia a sé, con le sue sfumature, le sue caratteristiche.
La dipendente però aveva un contratto a tempo determinato che, legittimamente, non le era stato rinnovato. E anche sul motivo del mancato rinnovo esisteva solo la sua versione.
Strazzer, da quel 12 agosto, è sparita dai social. Col passare dei giorni la rabbia 2.0 si è diluita, l’attenzione per la vicenda è calata, anche perché fuori da una certa bolla social (TikTok, soprattutto) e dagli amanti del suo marchio di gioielli, Martina non ha la popolarità di una Ferragni. Il caso però è interessante perché ancora una volta spiega bene come i personal brand abbiano un equilibrio precario: basta un inciampo del “testimonial” e l’azienda può sbriciolarsi in un attimo.
Qualche giorno fa invio un messaggio a Martina Strazzer convinta che mai risponderà a chi ha scritto la fine di un’epoca targata Ferragni, e invece, dopo giorni, mi arriva un suo messaggio. Accetta di farsi intervistare, preferisce incontrarmi di persona, viene lei a Milano e si presenta all’appuntamento in anticipo, senza avvocati e uffici stampa. Non chiede le domande in anticipo, non mette paletti, non vuole rileggere l’articolo. Dentro di me penso che a 25 anni, nella sua situazione in cui una parola sbagliata la seppellirà, o è molto avventata o è molto centrata. Di sicuro, coraggiosa.
“Sei dimagrita”, le dico appena la vedo.
“Non ho pensato troppo a mangiare in queste due settimane” risponde lei con un sorriso imbarazzato.
Come va?
Tutto quello che posso fare è stare in azienda e fare squadra di fronte a quello che sta accadendo. Non è un momento facile ma cerchiamo di andare avanti, le persone hanno diritto di lavorare e non mi posso fermare.
Sono tutte impaurite immagino.
Sì, è tutto spaventoso. Cerco di tranquillizzarle e dire che ce la faremo, che andrà tutto bene.
Ma tu come stai?
Sto camminando mentre cerco con fatica di non calpestare dei confini che in questo momento devo rispettare per il bene dell’azienda. Potrei fare un video, rispondere d’impulso, ma non ho la volontà di fare del male a qualcuno, mi sto trattenendo.
Cosa hai fatto in questi 15 giorni in cui sei sparita?
Mi sono messa a verificare tutto ciò che Sara aveva detto. Non volevo rischiare di battermi per qualcosa su cui noi di Amabile eravamo colpevoli, per cose di cui magari non ero a conoscenza. Ho analizzato tutto quello che è successo internamente, ho contattato tutti nonostante fossero in ferie, per cui unire i pezzi è stato faticoso. Ma l’ho fatto.
Poi?
Poi ho lavorato con i legali per capire dove possa arrivare nel difendermi e divulgare cosa sia accaduto in azienda. E io, come Martina Strazzer, non posso arrivare molto lontano al momento.
Però lo può fare l’azienda Amabile.
L’azienda, i testimoni.
Intraprenderete azioni legali?
Sì, capiremo di che tipo e nei confronti di chi.
Ti aspettavi che Sara potesse rilasciare un’intervista?
No, anche perché so come sono andate le cose in azienda con lei. Siamo tutti rimasti esterrefatti, sgomenti.
Non fai firmare patti di riservatezza ai tuoi dipendenti?
Facciamo firmare contratti standard, nulla di più. Mi sembrerebbe di voler censurare i dipendenti, di fare qualcosa di sporco. Non ne ho mai sentito la necessità. Forse firmarono qualcosa di più stringente le mie due prime dipendenti, poi nulla più, ma ero giovanissima, spaventata.
Cerchiamo di rispondere a tutto quello che ha detto Sara. Come è andata la sua assunzione?
Io la incontro nel luglio del 2024 consapevole del fatto che sia incinta di 4 mesi. Stavamo iniziando un percorso di internalizzazione delle pratiche amministrativo-contabili, quindi volevamo una referente interna per la contabilità.
Sulla base di cosa scegli Sara?
Di una raccontata decennale esperienza in una associazione di categoria di commercialisti, la Lapam. Lei si dice convinta di poter svolgere due compiti: quello di impostare un reparto amministrativo in grado di concludere il 2024 in modo impeccabile, senza commercialista. E poi di guidare l’allora reparto amministrativo composto da due persone in qualità di professionista esperta. Lei è sicura della riuscita di questo obiettivo e la assumo con un contratto di un anno a tempo determinato.
Sara lavorava con un contratto a tempo indeterminato in un’azienda solida. Perché mentre è incinta, viene a lavorare da te, con un lavoro meno sicuro?
Quello che mi dice al colloquio è che lei ha bisogno di nuovi stimoli dopo tanti anni che lavorava in Lapam.
Ci sta.
Ci sta. Ovviamente lei non aveva ancora dato le dimissioni ed era complesso controllare le referenze…non potevo fare verifiche, ma mi sono fidata perché aveva un buon curriculum. Si proclamava un grande esperta.
Si proclamava anche tua fan immagino, se voleva lasciare un indeterminato per un determinato in Amabile.
Sì, diceva di essere una super fan, dice che voleva lavorare per noi da sempre, era un sogno.
Insomma, la assumi.
Sì, sapendo che sarebbe rimasta poco in azienda prima del congedo di maternità, diciamo da luglio a novembre, ma ero fiduciosa purché la premessa era che lei era sicura di farcela.
È la vostra prassi quella di fare contratti a tempo determinato per passare poi a contratti a tempo indeterminato?
In quel momento mantenevamo una certa flessibilità, anche se ero fiduciosa sul suo inserimento. Il suo era anche un ruolo molto delicato e la nostra è un’azienda giovane, la struttura come organigramma è ancora più giovane.
Quanto ha contato nella scelta il fatto che fosse sì, competente sulla carta, ma anche incinta e che potesse farti gioco per promuovere l’azienda inclusiva?
Io in azienda ho neo-mamme, ora c’è una persona incinta. La maternità è un’eventualità scontata nella mia azienda, non sono scema, ho quasi solo dipendenti donne con età media 27 anni, alcune si stanno sposando, altre convivono e comprano casa.
Tutte potenziali mamme.
Sì, certo.
Che non hanno fatto il famoso giro di boa, come direbbe Elisabetta Franchi.
(Ride) No, le nostre dipendenti raccontano una scelta molto precisa e anche esplicita in questa azienda: la maternità non è un problema. Ho pensato che Sara fosse super valida e non mi importava che per qualche mese non potesse essere in azienda.
Però l’hai utilizzata per promuovere l’inclusività in azienda. E anche lei, per carità, si è prestata.
Mi assumo la responsabilità di aver trasformato una normale selezione di risorse umane in un un simbolo valoriale. Col senno di poi è stato inopportuno, e l’ho fatto con leggerezza.
Perchè?
Sara ne aveva parlato sul canale TikTok riservato al personale in cui raccontava il suo ruolo, mettendo la sua faccia. Io ho ripreso il suo racconto nella mia prospettiva imprenditoriale. Non ho colto il rischio che tutto questo comportava.
Non lo hai colto neppure quando non le è stato rinnovato il contratto? Non era meglio raccontare che la favola dell’assunzione della donna incinta era finita male?
Avrei potuto, ma in azienda non c’erano in quel momento altre donne con quella storia di gravidanza, tutti avrebbero capito che parlavo di lei e l’avrei umiliata. Non potevo mimetizzare la sua storia tra altre, c’era la sua faccia in questa storia.
Arriviamo al nodo principale della vicenda. Perché a Sara non è stato rinnovato il contratto?
Lei era in congedo da novembre. Al momento delle scadenze contabili, a marzo, bisogna presentare la documentazione contabile e amministrativa a dei consulenti affinché la approvino. Viene fuori che ci sono dei gravissimi errori, procedurali e numerici. Non era una questione di metodo. E lei la contabilità l’ha guidata, quindi sbagliavano anche le altre due dipendenti.
Questo te lo riferiscono i consulenti?
Certo, io non mi occupo di contabilità. Mi spiegano che le procedure sono scorrette e bisogna rimettere mano su tutta la contabilità.
Lei ha detto che l’avete fatta lavorare in gravidanza.
Non ho mai avuto rapporti lavorativi con lei mentre era in gravidanza. Non mi sarei mai permessa. Ho fatto tante verifiche e se da ulteriori verifiche saltasse fuori che qualcuno in azienda ha dato a Sara indicazioni di qualche genere si assumerà le sue responsabilità. Quello che in prima persona posso garantire è che lei stata più volte convocata in azienda per spiegare i suoi errori, ma ha messo piede in ufficio per quello o per spiegare procedure che aveva utilizzato. Alle volte veniva anche con la bambina a salutare e basta.
Ha detto di aver fatto zoom per aggiornamenti.
C’era un gruppo con le sue colleghe d’amministrazione, si confrontavano e davano consigli, poi non so cosa si dicessero, ma io non l’ho mai contattata se non per messaggi amichevoli. Lei mi mandava foto della bambina dopo il parto, io le scrivevo messaggi carini....
Sara dice che le avevi garantito l’assunzione a tempo indeterminato.
Non mi ero esposta, prima delle scadenze contabili mi ero limitata a dirle che fino a quel momento il lavoro andava bene. Quello che ci tengo a dire è che quando i consulenti mi hanno chiamata per riferirmi che la contabilità andava male, io sono caduta dal pero. Fino a quel giorno non avevo preoccupazioni sulla sua figura.
Decidete internamente di non rinnovarle il contratto.
E io ci stavo male, non ho dormito una settimana. Per me questa è la cosa più difficile del mio lavoro. Comunque non decidiamo subito in maniera categorica, prima la convochiamo più volte, appunto, per capire.
E come si difende Sara? Si assume la responsabilità dei suoi errori?
No. Il problema è che dai dialoghi con lei non abbiamo mai tratto qualcosa di costruttivo, migliorativo.
Lei era un muro?
Totale. Diceva: “no, si fa così, io ho esperienza”. Ha incontrato più volte i due consulenti, anche perché io volevo capire se fosse incompetenza o magari si potesse essere rotto il gestionale, magari si erano sfalsati i numeri e lei aveva dato direttive alla altre due dipendenti di correggere… era tutto assurdo.
Nessuno spazio di comprensione tra le parti, mi sembra di capire.
Esatto.
Sara dice che l’avete mandata via senza chiarire punto per punto cosa avesse sbagliato.
L’abbiamo incontrata in un colloquio finale di due ore, c’ero anche io questa volta. Le sottoponiamo una a una tutte le cose che erano state eseguite male.
Ha detto che non la guardavi in volto.
Non è vero. Le dicevo che ero mortificata, ma che con quelle premesse eravamo troppo lontani dal poter continuare a lavorare insieme. Le abbiamo fatto anche una proposta di aiuto per ricollocarsi esternamente.
Sara ha criticato questo passaggio, dice che eravate convinti del fatto che lavorasse male, quindi era assurdo consigliarla a qualche azienda…
Ma io non l’avrei consigliata in quel ruolo, detto ciò le abbiamo detto che ci dispiaceva la situazione e volevamo aiutarla, ma lei ha rifiutato.
Sara aveva chiesto anche i mesi facoltativi?
Sì, aveva attaccato alla sua maternità le ferie e il congedo matrimoniale.
E’ vero che è stata eliminata dal gruppo whatsapp e dalla mail aziendale quando le è stato comunicato il mancato rinnovo, nonostante fosse formalmente dipendente fino a luglio?
Presumo che essendo lei in maternità quando le è stato comunicato il mancato rinnovo e non dovendo quindi più tornare in ufficio, lo abbiano fatto.
Ti sei preoccupata del fatto che avesse un neonato e che tutto ciò potesse incidere sul suo benessere?
Molto. Mi dispiaceva. Le ho assicurato tutta la maternità, la copertura di tutto ciò che le spettava. Più che dirle “ti aiuto a trovare una nuova occupazione” non so che altro potessi fare.
Non le hai più scritto dopo?
Mi sembrava ipocrita. Non ti rinnovo il contratto e poi ti chiedo come stai? Ero mortificata.
L’avete sostituita?
Sì, e anche prima che scoppiasse questo caso mediatico mi sono assunta la responsabilità di non essermi assicurata dell’esistenza di un allineamento tra quelle che lei riteneva essere le sue capacità e quelle che erano effettivamente le sue capacità.
Ma il personale fino all’assunzione di Sara lo selezionavi tu da sola?
Sì.
Non pensi di esserti sopravvalutata, per quanto brava?
Lo avevo sempre fatto io. Non avevo un HR manager in quel momento, che poi ho assunto. Facevo troppe cose, avevo troppe responsabilità, poi l’ho capito.
Cos’altro hai imparato dal caso Sara?
Ho apportato molte modifiche al nostro modo di fare selezione. Ora ci sono metodi di valutazione che ci permettono di essere più celeri nella scoperta di eventuali criticità, abbiamo iniziato a fare colloqui in più fasi. Io da questa esperienza mi porto a casa dei grandi insegnamenti.
Ti credo…
Sono mortificata per quello che è successo, ma ho fatto tutto quello che è nelle mie capacità perché una cosa del genere non accada più.
La tua azienda è stabile?
Quasi tutte le persone dell’azienda sono entrate e rimaste, qualcuna ha cambiato ruolo perché ha chiesto di fare altro. Rapporti lavorativi che si sono chiusi in modo non idilliaco sono stati pochissimi, uno in particolare con una ex dipendente con un licenziamento per giusta causa.
Avrai paura di altri ex dipendenti scontenti, immagino.
Ho riflettuto a lungo con altre persone dell’azienda, abbiamo passato in rassegna tutte le persone del nostro passato, ci sono stati consulenti esterni con cui abbiamo chiuso rapporti e possono essersi offesi, ma non abbiamo ricordi particolari.
Ti è dispiaciuto non aver dato la tua versione- quella del datore di lavoro- in concomitanza con l’uscita dell’intervista a Sara?
Alla mia azienda sono state date solo poche ore per rispondere all’ intervista a Sara, prima della sua pubblicazione, l’11 agosto. Mi sono ritrovata con tutti in ferie e senza il tempo di fare verifiche accurate sulle sue dichiarazioni e di consultarmi con i collaboratori.
Amabile si racconta come una azienda inclusiva e molto femminile, ma che vuol dire in termini pratici?
Assumiamo donne senza alcun tipo di discriminazione. È un’azienda complessa, ma bella.
Perché complessa?
Perché è un personal brand, perché le persone che la abitano sono giovani e spesso alla prima esperienza lavorativa, perchè hanno ambizioni e voglia di sperimentare. Sono persone che stringono rapporti tra loro e vivono in azienda anche dinamiche relazionali, anche conflittuali talvolta. Per questo ho inserito la figura dell’HR.
Cioè?
Una persona che sia un punto di riferimento per le tante persone che lavorano con me, io non potevo essere l’unico contenitore di queste dinamiche. Non ero la persona giusta, ora hanno uno spazio sicuro in cui aprirsi, sfogarsi, liberarsi di eventuali pesi.
Nei tuoi confronti poteva esserci soggezione?
Ho un rapporto molto umano e stretto con i miei collaboratori, se succede qualcosa, c’è un problema è più facile parlare con qualcuno che non sia io.
Ci sono anche uomini?
Cinque o sei, sono la quota azzurra. Del resto io ricevo praticamente candidature solo femminili.
Non pensi di aver esagerato col marketing emotivo? Il gioiello sull’amore dannoso, i gioielli sulla salute mentale…? Non credi che tutto questo ti abbia legata a doppio filo a una serie di valori rispetto ai quali poi devi essere all’altezza sempre? E che questa sia la causa dei tuoi problemi di oggi?
Non ho voluto fare il marketing dei sentimenti, ma soprattutto all’inizio mi è venuto spontaneo trattare tematiche serie, importanti, che interessavano me o le mie collaboratrici, attraverso il linguaggio dei gioielli.
I gioielli però li vendevi. Lo rifaresti oggi?
Sono cambiata e ho maturato la consapevolezza del fatto che questo possa essere un terreno scivoloso.
La collezione Amore dannoso prevedeva che gli incassi fossero donati in beneficenza.
Ho donato il cento per cento dei nostri profitti, abbiamo fatto il calcolo al netto dei costi del prodotto e imballaggio. Ho devoluto poco più di 80 000 euro in più donazioni all’associazione “Casa delle donne contro la violenza Odv di Modena”. Non abbiamo trattenuto 1 euro di guadagno. Ci sono rimasti ancora pezzi difettosi in magazzino di quella collezione.
All’inizio, avevi 19 anni, quando hai lanciato Amabile hai venduto anche cose comprate in Cina spacciandole un po’ per tue in modo ambiguo, si dice da sempre.
C’erano cose frutto di miei disegni e altre che, per poco tempo, ho comprato da altri fornitori, è vero e lo ho ammesso. Mi sono trovata di fronte a una cosa più grande di me, a troppe richieste che non mi aspettavo, oggi gestirei tutto diversamente. Ero molto giovane.
Come vanno le vendite? E come pensi andranno?
Noi oggi avremmo avuto il nostro evento dell’anno, il concorso a premi col viaggio alle Maldive, che abbiamo spostato a settembre. Fino ad ora non conosciamo il danno eventuale.
Avrai un’idea di ciò che sta accadendo.
Gli ordini continuano. Amabile non ha subito un grande danno per ora, l’ho subìto più io.
Tu non sei Amabile?
Mi sono resa conto, nel tempo, che le persone del settore vedono questa associazione tra me e il prodotto in maniera più forte di quanto la percepiscano gli acquirenti.
Diciamo che tu, per esempio diversamente da Chiara Ferragni, hai un prodotto che vive anche senza di te.
Sì, infatti soffro molto il fatto che alle mail dell’assistenza clienti arrivino messaggi di insulti a me. Per questo ho attivato sul mio telefono le notifiche delle mail all’assistenza e cancello quelle brutte. perchè mi dispiace che le vedano le mie dipendenti, non se lo meritano.
Sono molte?
Ora molto meno. Devo dire che anche in negozio non è mai entrato nessuno a dire qualcosa, il prodotto continuano ad acquistarlo. Non so alla lunga come e quanto tutto questo impatterà sulle vendite.
Ti terrorizza, immagino.
Sull’immediato la cosa che mi terrorizza è che questa cosa possa avere ripercussioni sul personale. In questi giorni ci siamo riunite con le mie dipendenti e c’è tanta rabbia, ognuna di loro ha la sua vita, le sue scadenze, c’è chi con lo stipendio paga la casa di riposo del nonno, chi ha due bambini piccoli, chi ama solo il suo lavoro e non vuole rinunciarci. Le ripercussioni sul personale per me saranno l’ultima spiaggia.
L’azienda è sana e avete risorse per tamponare eventuali momenti di flessione, immagino.
Certo.
Hai pensato “farò la fine di Chiara Ferragni?”.
No, non lo so. Credo che il mio sia un modello di business diverso. A me piace fare questo lavoro, mi piace occuparmi del prodotto.
Sei sparita dai social. Che strategia è?
So che sembra strano, ma non ho deciso niente. Tutta la mia attenzione è stata dirottata altrove.
Fai l’imprenditrice a tempo pieno?
Io sono tutti i giorni in azienda, mi divido tra le due sedi, a volte devo venire a Milano, il mio lavoro è questo. Ogni volta che arriva un campione lo provo, lo indosso, sono sempre dietro al prodotto.
Hai letto i commenti su di te?
No. Non li leggo.
Hai capito subito cosa sarebbe successo con quell’intervista?
Sì.
Qualcuno ha detto che questo lungo silenzio ti ha danneggiata.
Non volevo dire una parola prima di essere certa che il comportamento nei confronti di Sara, in azienda, fosse stato pulito. Non potevo escludere di non sapere qualcosa, volevo fare un’indagine seria.
E perché poi quel comunicato aziendale, considerato da molti troppo algido, anziché un video con te in prima persona?
So che non è facile da comprendere sull’onda dell’emotività, ma la storia di Sara non riguarda me e lei. Amabile è un’azienda. Il suo operato è stato valutato da tanti professionisti. Il suo allontanamento a fine contratto è stato deciso da tanti professionisti. La divulgazione della sua assunzione mentre era incinta è avvenuta tramite me, ma anche tramite Sara stessa che ha realizzato un suo contenuto dal profilo TikTok del personale, assieme alle sue colleghe. Abbiamo valutato, ponderato, quantificato i danni e poi preso una decisione come azienda, non come Martina.
Però il volto di Amabile sei sempre stato tu.
Sì, ma un momento come questo non è un gioco. Io ho assunto Sara. Io. Ma dal giorno dell’assunzione non ho lavorato con lei, non mi sono interfacciata, non ho valutato il suo operato se non dopo le valutazioni di altri professionisti.
Cosa ti dispiace di quello che si dice di te, oggi?
Mi dispiace che molti ora pensino che io sia quella che usa le dipendenti, per me l’assunzione di Sara era un bel momento. Era anche un modo per dire al mio personale femminile che chi fa figli nella mia azienda è al sicuro.
Se davvero c’è questo clima, perché le dipendenti non hanno scritto una lettera in tua difesa, fatto un comunicato?
Mi hanno scritto privatamente cose molto belle, lettere, messaggi, alcune sono agguerrite della serie “Basta adesso faccio un video!” “Basta adesso scrivo la verità!” ma io dico “ragazze poi sembra che vi abbia obbligato io” e preferisco evitare di esporle. Poi magari qualcuno scriverebbe “difendi quella che ti paga”, ho paura. Anche dell’effetto cringe. Loro possono fare quello che vogliono, ma io non darò mai alcuna direttiva.
Qualcuna di loro ha preso insulti?
Ci sono state dipendenti che hanno ricevuto messaggi privati come “Ma non ti vergogni a lavorare lì dentro?”.
Tornerai col tuo volto a fare contenuti?
Sì, è un passaggio delicato, ma lo farò.
Chiuderai i commenti?
Ma no, l’avrei già fatto se mi fosse importato di questo.
Sembri molto solida, non pensavo che a 25 anni avessi questa tenuta psicologica.
Non ho scelta.
Un pianto te lo sarai fatto. Sei umana.
(Sorride) Sì, più di uno. Un pianto grosso me lo sono fatto quando sono entrata in azienda. Perché sono arrabbiata, tanto. La sera vado a letto e mi dico: ok, anche oggi ce l’hai fatta, hai resistito.
Chi ti sta vicino?
Le persone dell’azienda, gli amici, la famiglia, anche tanti follower, le associazioni di categoria con cui lavoro, i fornitori.. li voglio ringraziare tutti per l’affetto.
Cose che non rifaresti come Martina e come Amabile?
Come Martina non racconterei della mia diarrea a Sharm! (ride). Poi non condividerei più nulla della mia via privata.
In effetti non lo fai da un po’.
Sì, da tre anni non racconto quasi più nulla perché la mia sfera intima veniva contaminata dalla visibilità e per me era troppo preziosa. La sovraesposizione mi ha fatto diventare gelosa delle mie cose e sentivo che esponendole si creava un’esigenza, che poi le persone si sentivano in diritto di sapere e a quel punto quel diritto fai fatica a spezzarlo.
Poi?
Non racconterei che la mia prima storia è finita per un tradimento di lui. La gente ha aggredito quella persona, mi sono pentita tanto di averla esposta.
Dal punto di vista professionale?
Non farei più marketing delle emozioni.
Neanche un gioiello su questo tuo burnout?
No guarda, neppure uno sulla maternità. (ride) Mi rendo conto che ho assorbito involontariamente un modo di fare marketing inappropriato e scivoloso, ma negli anni sono cambiata e mi sto evolvendo.
Mi sembra che tu voglia continuare a fare l’imprenditrice, sopra ogni cosa.
Forse un giorno potrei stancarmi, non lo so, ma so solo che fare questo mi rende tanto felice.
Secondo me non ti stanchi.
A volte è così pesante che mi chiedo: ce la farò per tutta la vita?
Hai paura di perdere tutto?
Non lo so. Non riesco ancora ad allontanarmi dal quadro per vedere l’immagine completa, ora sono troppo occupata a capire come sistemare le cose.




Strazzer ha fatto una mossa geniale che Ferragni non ha fatto: lasciarsi intervistare da te, senza filtri. Dieci punti di stima per lei e per il brand
Ammetto di essermi fidata troppo dell’articolo di Matteini. Sentire l’altra campana in questo caso mi é servito per cambiare idea. Grazie!