Vi spiego gli Epstein Files: la storia, le fake news, e tutto ciò che contengono davvero
Il ruolo di Woody Allen e Soon-Yi, i collegamenti con Israele, l'odio per il #MeToo e l'ossessione per la razza. Ma anche molte leggende metropolitane che creano caos e minano la credibilità del caso.
Ciao, sono Selvaggia: quello che stai per leggere non è un mio articolo, ma un long form (un pezzo molto lungo) scritto da Serena Mazzini, esperta in critica dei new media e fenomeni social. È l’articolo più lungo, documentato e esaustivo sugli Epstein Files che abbia letto finora. Buona lettura anche a voi.
Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha caricato sul suo sito web 3 milioni di pagine di documenti, 180.000 immagini e 2.000 video. Era il materiale investigativo raccolto in vent’anni di indagini su Jeffrey Epstein, il finanziere miliardario che tra gli anni 2000 e il 2019 aveva gestito una rete di traffico sessuale di minorenni mentre intratteneva rapporti con presidenti, principi, premi Nobel e CEO delle più grandi aziende del mondo.
Invece di fare chiarezza, però, questo tsunami di informazioni ha generato il caos: teorie del complotto, accuse non verificate, disinformazione, cacce alle streghe online e decine di migliaia di creator che giocano a fare gli investigatori, diffondendo immagini e video che non hanno alcun riscontro nei documenti.
Ma chi era davvero Jeffrey Epstein e cosa ha fatto?
La storia, in breve
Jeffrey Epstein si presentava come un finanziere di alto profilo, un consulente esclusivo per miliardari e filantropo interessato alla scienza. La sua biografia ufficiale è piuttosto nebulosa: dopo aver insegnato senza alcuna laurea matematica in un liceo privato di Manhattan negli anni ‘70, era entrato nel mondo della finanza, arrivando a fondare la propria società di consulenza in poco tempo. I dettagli del suo lavoro rimanevano però sempre vaghi, e molti colleghi del settore finanziario esprimevano scetticismo su come avesse realmente accumulato la sua fortuna, stimata tra i 500 milioni e il miliardo di dollari.
Ciò che invece era inequivocabilmente visibile era il suo stile di vita da oligarca: una casa di sette piani nel cuore di Manhattan (una delle residenze private più grandi della città), un’isola privata di 72 acri nei Caraibi chiamata Little St. James (che i locali avrebbero poi soprannominato “Pedophile Island”), un ranch di 10.000 acri nel New Mexico, proprietà a Parigi e Palm Beach, e un Boeing 727 privato che i media avrebbero ribattezzato “Lolita Express”. Le pareti della sua casa di Manhattan erano coperte di foto che lo ritraevano con personalità di spicco: Bill Clinton, Donald Trump, Woody Allen, scienziati e magnati della tecnologia.
Epstein coltivava ossessivamente questi rapporti con i potenti. Organizzava cene esclusive, finanziava ricerche scientifiche, offriva l’uso del suo jet e delle sue proprietà, si presentava come un connettore tra mondi diversi - finanza, scienza, politica, intrattenimento. Era questa aura di legittimità e prestigio che rendeva difficile credere alle prime voci sui suoi crimini.
A partire dai primi anni 2000, Epstein aveva costruito quello che le autorità avrebbero poi definito un’organizzazione criminale su scala industriale per lo sfruttamento sessuale di ragazze minorenni. Il sistema funzionava con precisione meccanica. Epstein e la sua compagna Ghislaine Maxwell, di cui parleremo, identificavano ragazze vulnerabili: studentesse delle scuole superiori, spesso provenienti da famiglie a basso reddito, ragazze con situazioni familiari difficili. Le avvicinavano in luoghi pubblici - centri commerciali, parchi, scuole - con un’offerta apparentemente innocua: Epstein, un ricco signore rispettabile, aveva bisogno di qualcuno che gli facesse dei massaggi (non a caso, i file sono pieni di foto di giovani ragazze che gli massaggiano i piedi in ogni occasione). La paga era generosa: 200, 300 dollari per un’ora. Per ragazze adolescenti con famiglie in difficoltà economiche, era un’offerta difficile da rifiutare.
Ma una volta arrivate nella villa di Palm Beach o nelle altre proprietà di Epstein, i “massaggi” si trasformavano in abusi sessuali. Le ragazze venivano spogliate, toccate, violentate. Epstein registrava tutto meticolosamente: teneva schedari con foto, numeri di telefono, note su ciascuna ragazza. Pagava in contanti e poi faceva pressione perché le vittime tornassero e, soprattutto, perché ne portassero altre. “Più ne fai, più vieni pagata”, dice una delle vittime in una delle registrazioni telefoniche rilasciate nei file mentre recluta un’altra ragazza. Le vittime venivano così intrappolate in un ciclo di abusi e complicità forzata. Alcune ragazze portavano amiche, compagne di scuola, conoscenti. Il sistema si autoalimentava di continuo.
Secondo le testimonianze, Epstein non si limitava ad abusare personalmente delle ragazze. Le “prestava” ad altri uomini: amici, contatti d’affari, figure potenti del suo giro sociale. Le portava sull’isola caraibica, le faceva volare sul suo jet privato, le presentava a incontri e feste dove, secondo le accuse, venivano messe a disposizione di altri uomini influenti.
Questa pratica non era solo un crimine, ma potenzialmente uno strumento di controllo. Il termine “honey trap” (trappola di miele) nel linguaggio dei servizi segreti indica l’uso di rapporti sessuali per ottenere informazioni o compromettere qualcuno. Diverse testimonianze e documenti suggeriscono che Epstein potesse usare queste situazioni per creare leva su persone influenti: una volta che qualcuno aveva interagito sessualmente con una minorenne nelle proprietà di Epstein - dove tutto era meticolosamente documentato e registrato - quella persona diventava potenzialmente ricattabile.
Un memo dell’FBI del 2020 incluso nei file afferma che Epstein era “stato addestrato come spia” sotto l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Che queste speculazioni abbiano fondamento o meno, ciò che emerge chiaramente è che Epstein aveva costruito un sistema in cui crimini sessuali su minorenni si intrecciavano con relazioni di potere, influenza e possibile compromissione di figure pubbliche.
Virginia Roberts Giuffre è stata la vittima più nota del sistema Epstein. Reclutata a 16 anni mentre lavorava come addetta agli asciugamani al Mar-a-Lago Club di Donald Trump a Palm Beach, Giuffre ha raccontato in cause legali e interviste di essere stata ripetutamente violentata da Epstein e “prestata” a uomini potenti, tra cui il principe Andrew (che ha negato le accuse ma ha pagato un accordo extragiudiziale milionario nel 2022). Le sue memorie postume - pubblicate nell’ottobre 2025, sei mesi dopo la sua morte per suicidio a 41 anni - descrivono la rete di complicità che permetteva a Epstein di operare impunemente e i nomi che aveva fornito all’FBI ma che, secondo lei, non erano mai stati perseguiti.
Questo è ciò che ha trasformato il caso Epstein da una vicenda di abusi sessuali, per quanto orribile, in qualcosa di potenzialmente molto più vasto: una rete di traffico sessuale internazionale che coinvolgeva alcune delle persone più potenti del mondo.
La vittima più giovane identificata nei documenti ufficiali aveva 14 anni. Si parla di decine, forse centinaia di ragazze abusate nell’arco di due decenni. E la domanda che ha ossessionato investigatori, giornalisti e opinione pubblica da allora è sempre la stessa: chi altro era coinvolto? Chi sapeva? Chi ha partecipato? E perché, per così tanto tempo, nessuno è stato fermato?
Le indagini e la complice
La prima denuncia contro Epstein risale al 1996. L’artista Maria Farmer denunciò all’FBI e alla polizia di New York di aver subito abusi e molestie da parte di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Farmer riferì che Epstein aveva rubato foto personali delle sue sorelle minorenni (di 12 e 16 anni) e l’aveva minacciata di bruciare la sua casa se avesse parlato. L’FBI non aprì alcuna indagine. Farmer ha raccontato che, nel 1996, gli agenti le riattaccarono il telefono in faccia mentre esponeva i fatti. Documenti dell’FBI datati 3 settembre 1996, resi pubblici solo a fine 2024, confermano che le autorità erano a conoscenza delle accuse contro Epstein quasi un decennio prima che venisse finalmente incriminato.
Nel 2005 la polizia di Palm Beach riceve la denuncia della famiglia di una quattordicenne. Gli investigatori raccolgono prove relative a decine di minori, ma nel 2008 Epstein evita il processo federale con un patteggiamento negoziato dal procuratore Alexander Acosta, che fu Segretario al Lavoro nella prima amministrazione Trump. Si dichiara colpevole solo di reati minori a livello statale e riceve una pena di 18 mesi in una prigione di contea con regime di lavoro esterno: trascorre le notti in carcere e le giornate fuori. L’accordo prevede inoltre immunità per eventuali complici non nominati e le vittime non vengono informate, in violazione della legge federale. Epstein sconta 13 mesi e torna alla vita precedente senza conseguenze evidenti per le sue relazioni pubbliche.
Se Epstein è stato finalmente arrestato di nuovo nel luglio 2019, non è stato grazie al sistema giudiziario che lo aveva ignorato e poi protetto per oltre vent’anni. È stato grazie alle vittime che non hanno mai smesso di combattere per la giustizia e al lavoro investigativo ostinato di giornalisti come Julie K. Brown del Miami Herald, che nel 2018 ha pubblicato l’inchiesta “Perversion of Justice”, un’indagine durata tre anni che ha documentato minuziosamente i crimini di Epstein e lo scandalo dell’accordo del 2008, riaccendendo finalmente l’attenzione pubblica sul caso e portando alle nuove incriminazioni federali.
Il 10 agosto 2019 viene trovato morto nella sua cella del Metropolitan Correctional Center. L’autopsia conclude per suicidio per impiccagione. Le anomalie nella sorveglianza del carcere alimentano però sospetti e teorie del complotto che circolano online da anni.
Accanto a Epstein compariva sempre Ghislaine Maxwell, socialite britannica e figlia dell’editore Robert Maxwell. Secondo le testimonianze processuali non era semplicemente la sua compagna ma una parte integrante del sistema. Avvicinava personalmente ragazze minorenni, spesso in luoghi pubblici, ne guadagnava la fiducia presentandosi come una figura protettiva e organizzava incontri e spostamenti. Alcune vittime hanno dichiarato che partecipasse anche agli abusi. Nel 2021 una giuria federale di New York l’ha condannata a vent’anni di carcere per traffico sessuale. È l’unica persona, oltre a Epstein, a essere stata condannata in relazione alla rete. Maxwell si è sempre dichiarata innocente, sostenendo di essere stata indicata come capro espiatorio.
E questo è quello che già sapevamo.
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