Vincenzo Schettini e il problema dei maestri-influencer
La Fisica che Ci Piace, Maestro Gabriele, Prof Barbella e gli altri: tra video in classe, utilizzo dei minori e marketing opaco, la scuola corre il rischio di insegnare molte cose sbagliate.
Ciao, sono Selvaggia: quello che stai per leggere non è un mio articolo, ma un long form (un pezzo molto lungo) scritto da Dario Alì, autore e esperto in formazione docenti, pedagogia e studi di genere. Buona lettura!
In questi giorni Vincenzo Schettini – il “Prof più amato d’Italia”, come ormai ama definirlo la stampa mainstream – è finito sotto accusa a causa di alcune sue dichiarazioni rilasciate il 22 gennaio scorso durante una puntata di BSMT, il podcast condotto da Gianluca Gazzoli.
Come al solito, la stampa si è divisa tra chi ha cercato maldestramente di sollevare il “polverone” con argomentazioni mediocri, strumentalizzando la vicenda per colpire genericamente “la sinistra” (non è chiaro quale rapporto dovrebbe intrattenere con Schettini, peraltro fresco di invito all’ultima edizione di Atreju), e chi invece, come di consueto, ha minimizzato la portata della questione derubricandola a una “polemica” nata sul web.
In questo lungo articolo proverò a fare qualcosa di diverso. Non mi limiterò a commentare le ultime uscite di Schettini, oggettivamente problematiche da più punti di vista, ma cercherò di collocarle all’interno di un fenomeno più ampio che osservo e analizzo sul web da un paio d’anni e di cui, in Italia, Schettini rappresenta colui che ne ha posto le fondamenta: sto parlando del fenomeno dei TeachToker, ovvero quei docenti della scuola pubblica che, sulle principali piattaforme social (in particolare Instagram e TikTok), spettacolarizzano la professione trasformandola in leva di visibilità, prestigio e potere personale, adottando lo stesso modello di business e la medesima grammatica comunicativa di influencer e content creator.
Ma partiamo dagli ultimi fatti. L’attuale pietra dello scandalo che ha travolto Schettini è una sua “profezia” – o forse sarebbe più corretto parlare di auspicio – su come potrebbe diventare la scuola del futuro, una visione che solleva importanti interrogativi sul diritto allo studio e sulla garanzia di un accesso equo e democratico all’istruzione per tutti.
Al minuto 01:01:15 Schettini, infatti, afferma:
«Lanciamo un altro messaggio importante agli insegnanti del futuro. L’insegnamento cambierà. Cambierà il modo di fare scuola. La scuola si fruirà moltissimo [...] anche online, fuori dalle quattro mura. Tanti degli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, andranno in part-time un giorno perché cominceranno a produrre i loro contenuti online, magari anche a pagamento.
Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura non deve essere in vendita?».
Dopo l’ampio clamore suscitato, Schettini ha prontamente ridimensionato le sue parole, sostenendo di voler semplicemente sostenere il diritto dei docenti ad ampliare, grazie alle potenzialità della rete, la propria attività professionale oltre le mura scolastiche, anche attraverso contenuti a pagamento. Insomma, nulla di diverso da quello che già molti insegnanti (attraverso ripetizioni, formazione e altri canali) fanno già.
Peccato che, nonostante questo lieve spostamento di focus dalle parole iniziali, la sostanza del discorso rimanga problematica: come potrebbe, infatti, la trasformazione dei docenti in professionisti part-time, chiamati a competere in un mercato di contenuti educativi già saturo, valorizzare davvero la professione e la sua funzione pubblica?
Considerata la straordinaria cassa di risonanza di cui dispone (quasi 3,5 milioni di follower su Instagram), colpisce che Schettini preferisca promuovere un modello basato esclusivamente sul successo individuale anziché utilizzare la propria visibilità e autorevolezza per rivendicare, ad esempio, salari più dignitosi per la categoria che rappresenta, grazie ai quali di certo verrebbe meno la necessità di trasformare i docenti in content creator.
Questa visione imprenditoriale e capitalista della professione docente, da lui prospettata con apparente candore, ma di certo non in modo disinteressato, introduce un pericoloso elemento di conflittualità sia all’interno della categoria, sia tra i docenti e gli stessi istituti scolastici: chi garantisce infatti che i futuri insegnanti part-time auspicati da Schettini mantengano un rapporto trasparente con gli studenti, senza che interessi economici personali interferiscano con le attività per le quali sono retribuiti dalla spesa pubblica? In altre parole, dove passa il confine tra ruolo pubblico (del docente) e interesse privato (del content creator)?
Che questo confine non passi da nessuna parte è proprio Schettini a confermarlo nei primissimi minuti della medesima intervista. Al minuto 00:05:15, infatti, di fronte a un Gazzoli inspiegabilmente più compiacente che sbalordito, Schettini rievoca gli albori della sua carriera, il 2015, ovvero l’anno di apertura del suo canale YouTube “La Fisica Che Ci Piace”. Il docente racconta di aver chiesto – o meglio, imposto – ai propri studenti di collegarsi il pomeriggio, fuori dall’orario scolastico, per seguire le sue dirette e incrementare così le poche visualizzazioni di quel periodo. Poco importava se qualcuno non potesse partecipare per motivi personali. Il giorno dopo, quegli stessi contenuti sarebbero comunque diventati oggetto di interrogazione. Un aneddoto che rivela più una strisciante forma di coercizione che un’estensione volontaria dell’attività didattica a beneficio dei propri studenti:
«Durante la live, avendo quattro iscritti al canale all’inizio, costringevo i miei studenti di scuola a connettersi. Sì, io dicevo ai ragazzi: “Oggi pomeriggio devo fare la live su YouTube”. [...] E [loro] dicevano: “No, eh, vabbè, io c’ho mia nonna che sta in ospedale, non posso”. E io dicevo: “Io domani interrogo sulla lezione che devo fare oggi pomeriggio”. Quindi mi ritrovavo i miei 24 connessi in live che erano quei poveri disgraziati».
In questa storia, dunque, dove passa il confine tra ruolo pubblico e interesse privato? Da nessuna parte, appunto.
Ma per quale ragione gli studenti dovrebbero diventare il tramite di una figura che, sfruttando il suo ruolo e la sua autorità, lavora parallelamente per curare interessi del tutto personali e che nulla hanno a che vedere con l’attività prevista dalla sua funzione?
Le esternazioni di Schettini rappresentano in realtà solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio, ancora non regolamentato e che negli ultimi anni ha visto una crescita esponenziale sui social: quello dei “TeachToker”, micro-celebrity del settore educational che, oltre al lavoro di docenti per la scuola pubblica, svolgono di fatto una seconda attività professionale attraverso i social.
Attenzione, però: per un docente esercitare una seconda professione non è di per sé vietato, purché essa sia preventivamente autorizzata dal dirigente scolastico, non sfrutti impropriamente il ruolo pubblico, non coinvolga studenti per fini personali e non sia in conflitto con il “Codice di comportamento del personale della pubblica istruzione”.
Occorre quindi precisare che non tutti i docenti che producono contenuti online – nemmeno quelli con decine o centinaia di migliaia di follower – rientrano necessariamente nella suddetta categoria. Esistono infatti numerosi insegnanti che svolgono, in modo del tutto legittimo, un’attività di divulgazione seria e responsabile, condividendo sui social buone pratiche e strumenti didattici concreti, gratuiti o a pagamento (anche tramite collaborazioni con enti privati) e contribuendo da anni alla crescita professionale della propria community.
I TeachToker, invece, operano al confine tra divulgazione e intrattenimento: si riconoscono per un linguaggio distintivo, costruito su format consolidati nel mondo dei social. La loro grammatica visiva e comunicativa ricalca quella dei content creator di successo: video costruiti secondo schemi prevedibili e replicabili (dalla scelta degli hook, ovvero “gli agganci”, per catturare l’attenzione, alle inquadrature, al montaggio, alle transizioni e alle call to action finali), accompagnati da didascalie formulaiche, emoji ricorrenti e hashtag virali. Ogni elemento è calibrato per competere nell’economia dell’attenzione, massimizzando la permanenza, l’interazione con la community e la diffusione dei contenuti, con l’obiettivo di intercettare un pubblico che sia il più vasto possibile: in primo luogo colleghi, studenti e famiglie, e, nel caso dei TeachToker più affermati, il pubblico generalista.
I contenuti prodotti sono vari ma facilmente riconoscibili: dal recupero di trend virali e coreografie con gli studenti, ai get ready with me (preparati con me) per andare a scuola, alla correzione delle verifiche, fino a sketch comici con gli alunni come co-protagonisti, racconti di episodi di vita professionale, video motivazionali e spettacolarizzazione di momenti di vita in classe.
Grazie a questo genere di contenuti – che, come vedremo, sollevano una serie di importanti questioni etiche – i TeachToker ottengono visibilità, prestigio e vantaggi economici, che si traducono in collaborazioni con aziende private (più o meno affini al mondo scolastico), sponsorizzazioni, articoli su media tradizionali, proposte editoriali e, per i casi più noti, ospitate in radio e tv.
All’estero, il fenomeno esiste da anni e ha già cominciato a sollevare un acceso dibattito pubblico. In Italia, invece, è ancora poco noto tanto al pubblico di massa quanto agli addetti ai lavori. Questa ignoranza diffusa, unita all’assenza di una regolamentazione legislativa, ha lasciato finora i profili dei principali TeachToker italiani in una situazione di totale libertà d’azione, con scarsa attenzione verso questioni etiche di grande importanza, ovvero: produzione di contenuti registrati in aula durante l’orario scolastico, sfruttamento e sovraesposizione di minori, commistione tra attività didattica e marketing opaco per aziende private e una progressiva trasformazione delle aspettative che il pubblico, anche a causa dei comportamenti di questi TeachToker, ripone oggi nella figura del docente.
Da dove tutto ebbe inizio: il caso di Vincenzo Schettini
In Italia, il primo a concentrare in sé e sdoganare tutti questi aspetti problematici è stato proprio Vincenzo Schettini, che rappresenta, tra tutti, l’archetipo dei TeachToker italiani, il primo ad avercela fatta ottenendo un successo pressoché unanime e difficilmente contestabile:
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